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  • cropped-Untitled-1-e1390848301104.pngComunicato Stampa

    Giornata dei Diritti dell’infanzia 2016, WeAreOnlus: ad Aleppo i bambini non possono che morire.

    WeAreOnlus rende noto che su Aleppo per via dei bombardamenti in atto non sono più attivi ospedali.

    In occasione della Giornata Mondiale dei diritti dell’infanzia, che si terrà domani 20/11/2016, WeAreOnlus esprime il suo sdegno per la situazione generata dai bombardamenti sulla città di Aleppo che hanno prodotto, come comunicato da Syria Charity tramite post su Facebook, la chiusura di tutti gli ospedali presenti nella parte di Aleppo controllata dai ribelli siriani ed oggetto di una incessante pioggia di bombe.

    Enrico Vandini, presidente di WeAreOnlus, afferma: “E’ calato nuovamente il silenzio dei media sull’argomento assedio di Aleppo. Dalla cessazione della tregua, infatti, non si parla più di questo olocausto che oramai è in corso da troppo tempo. Eppure li si continua a morire e proprio i bambini sono le vittime sacrificate sull’altare degli interessi di Assad ed alleati. Tutto ciò mi rattrista. Le notizie che ci giungono da Aleppo ci dicono chiaramente che i bambini che si trovano nella parte della città oggetto costante dei bombardamenti russi non hanno possibilità di scampo. O muoiono per gli effetti diretti delle esplosioni o muoiono perchè non possono essere curati. Tutto ciò va detto”.

    WeAreOnlus è stata fondata da 10 volontari già coinvolti e presenti nell’aiuto verso i rifugiati siriani nei campi turchi e siriani. In particolare, si è prestata sempre attenzione ai bambini e alla loro educazione.

    Il compito è quello di raccogliere sostegni finanziari e materiali, al fine di organizzare progetti umanitari a sostegno della popolazione siriana e inviare aiuti nei campi profughi.

    Per info su WeAreOnlus – http://www.weareonlus.org/it/noi-siamo/

    Pagina Facebook WeAreOnlus – https://www.facebook.com/WEAREonlus/

    Bologna – 19/11/2016

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    Referente: Pasquale De Salve

     

    Ruolo: Manager della Comunicazione
    4Info: pasqualedesalve@weareonlus.org

    4news: ufficiostampa@weareonlus.org

  • With great joy, after so much work, we can announce that the food truck with 21 tons of food has been unloaded and is in Syrian territory. Today, August 12th is a wonderful day out for all We Are.
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    By partnering with the non-profit onlus Rock no War and free carriage performed by the agency WPF NU, the total cost was of $ 317 for the people who unloaded and the trucks to bring food in stock.10609666_390866651063923_7529504182042589309_n
    Thanks to the organization of our collaborator Zakarya and with the support of the Red Crescent, the food was distributed in the city.
    IIn three days was organized unloading and storage, made ​​food parcels and began distribution. Many of you do not know the hardships to get past all this food, every day a mishap, every day a new problem every day to find different solutions.
    It was impossible to organize the coming of the staff WE ARE, unless to spend up to € 600 for an airline ticket, because the airline tickets they cost a lot in August even if you go on a humanitarian mission.
    We have reluctantly decided to stay home for now and do deliver the efficient Red Crescent, because people are hungry, they can not wait for a video or a photo with our faces. Our mission will take place as soon as we can and costs will be reduced considerably.
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  • Siamo stati selezionati e inseriti nelle liste delle onlus che potranno ricevere farmaci da poter, nel nostro caso, inviare negli ospedali in Siria.

    Il progetto FARMACO AMICO è una bellissima iniziativa organizzata dalla Fondazione ANT Italia ONLUS in collaborazione con HERA che sta vicino ai malati di Tumore meno abbienti e che oggi si allarga alle varie onlus con diversi fini ma sempre rivolte a chi non ha la possibilità di avere il sostegno sanitario adeguato.

    I medicinali raccolti nell’ambito del Progetto Farmaco Amico potranno essere depositati dai cittadini in appositi contenitori messi a disposizione da Hera, presso un primo gruppo di farmacie di Bologna che hanno aderito all’iniziativa. Il progetto, una volta avviatosi, prevederà il coinvolgimento di ulteriori farmacie, in grado di coprire capillarmente tutto il territorio del Comune di Bologna. Sarà ANT, attraverso gli operatori del proprio Servizio Famiglia, a raccogliere e selezionare i farmaci (secondo le indicazioni e modalità previste dalla normativa AIFA e sulla base delle segnalazioni di farmacovigilanza inviate dall’Azienda Usl di Bologna), ed infine disporne l’utilizzo a favore dei propri assistiti e di altre realtà del no profit.

    Per poter essere inseriti nel circuito di riutilizzo, i farmaci dovranno possedere dei precisi requisiti, tra i quali una validità residua di almeno 6 mesi e le confezioni in un ottimo stato di conservazione, con lotto e scadenza perfettamente leggibili. Saranno invece esclusi i medicinali che richiedono particolari precauzioni per la loro conservazione, come la catena del freddo, quelli di solo impiego ospedaliero, gli eventuali farmaci stupefacenti e quelli con la stampigliatura “campione omaggio”.

    Hera, oltre a mettere a disposizione i contenitori, garantirà anche il servizio di ritiro presso ANT dei farmaci recuperati ma non utilizzabili e quindi destinati allo smaltimento come rifiuto. Sosterrà inoltre i costi relativi all’attivazione e monitoraggio del progetto, nonché la campagna informativa. L’Ordine dei Farmacisti di Bologna ha aderito al progetto fornendo il proprio impegno per promuovere l’iniziativa e affiancare la Fondazione ANT per la selezione dei farmaci recuperati.  Coordinamento, monitoraggio e supervisione sono affidati a Last Minute Market, società che ha creato un modello per il recupero dei generi alimentari e ha poi esteso i propri servizi anche ad altre categorie di beni, quali, appunto, i prodotti parafarmaceutici e i medicinali e che da un paio di anni, con Hera, recupera il cibo delle mense dell’azienda.

    Farmaco Amico si inserisce pienamente in un’esperienza concreta di responsabilità sociale, costruita sui valori della Solidarietà e della Sussidiarietà, e pienamente condivisa a livello territoriale. Le risorse che vengono riutilizzate sul territorio provengono, infatti, dal territorio stesso, creando quindi un circuito virtuoso. Sotto il profilo strettamente economico, il progetto sviluppato permette inoltre di recuperare risorse non solamente a beneficio di enti no profit, ma anche del sistema sanitario regionale e, più in generale, della collettività nel suo insieme.

    Spargete la voce e controllate se la vostra farmacia sotto casa aderisce.

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    Scarica Elenco delle farmacie aderenti e presso le quali è posizionato il contenitore

    INDICAZIONI PER IL CORRETTO CONFERIMENTO DI FARMACI ANCORA UTILIZZABILI

  • Il primo giorno arrivati a Kilis é servito per incontrare i responsabili della sala parto e dell’ospedale in fase di costruzione. Dopo aver fatto firmare i contratti abbiamo lasciato loro il materiale medico richiestoci.

    Sono stati portati 16 kit Bebé contenenti ciascuno la vitamina k in fiala, un pannolino lavabile, un asciugamano, un sapone, assorbenti e mutandine di rete per le puerpere e un opuscolo su corretto allattamento; inoltre sono stati portati dei Bakri, delle ventose, un registro sala parto, il Sonicaid, dell’Ossitocina, dei ferri chirurgici, dei cateteri, dei fili di sutura, dei bisturi, degli aghi, 600 baby clamp e vario materiale per la rianimazione neonatale.
    Durante la giornata poi, sono seguiti vari incontri con vari medici e responsabili (nonché con alcuni coordinatori di un’importante ONG).

    Questa prima giornata é stata strettamente di carattere organizzativo e conoscitivo.

     

  • 24 giugno 2014 il progetto è diventato operativo

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    Sirian Arab Red CrescentIn base al contratto di accordo tra We are onlus e la Mezzaluna Rossa Siriana, la nostra Onlus si è fatta carico di una spesa mensile di 1.100 dollari, per il personale medico e non, del reparto maternità e sala parto:

    2 ostetriche, 1 infermiere, 1 coordinatore medico, 1 inserviente, 1 Receptionist,

    ci siamo impegnati a finanziare il personale addetto, in base alle esigenze concordate,a rifornire le attrezzature medico- sanitarie e le medicine necessarie.

    Al momento per completare la realizzazione del reparto sono necessari:

    • Un lettino ginecologico. Investire in un letto da sala parto significa facilitare la donna e l’ostetrica che si trovassero ad affrontare travagli e periodi espulsivi complicati.
    • Un infant warmer. In Siria l’inverno è molto freddo e i neonati hanno bisogno di calore almeno durante la loro fase di adattamento. Il miglior modo per scaldare i neonati è il contatto pelle a pelle, ossia “sfruttando” il calore della mamma. Questo in Siria spesso non è possibile: molte mamme rifiutano i propri bambini, difficile immaginare il vissuto di queste donne da quando la guerra ha avuto inizio.
    • Tavolino servitore. Ferri chirurgici (forbici, Kocker, klemmer, porta aghi, pinze anatomiche, pinze chirurgiche) e fili di sutura riassorbibili per epistomia , necessari in caso di perineotomie o lacerazioni vaginali e conseguenti suture.
    • Ventose tipo Kiwi per risolvere i casi di parto difficoltoso.
    • Bakri Baloon, presidio che si utilizza per la gestione dell’emorragia post partum.
    • Materiale tecnico: scialitica, uterotonici, fisiologiche/liquidi/antiemorragici, garze sterili, tamponi, speculum, deflussori, siringhe/aghi cannula, fonendoscopio, sfigmomanometro.
    • Materiale per rianimazione neonatale (isola neonatale, ambu neonatale, mascherine facciali per la ventilazione, sondini per aspirazione).
    • Farmaci specifici quali ossitocina, antibiotici, vitamina k. Micetin etc…

    Per la definizione di questo progetto e per verificare quali fossero i materiali necessari ci siamo avvalsi della consulenza della Dott.ssa Ludovica Tosolini ostetrica,presso l’Azienda ospedaliera di Parma nonché socia fondatrice della nostra associazione.

    Sempre per il ripristino totale del reparto, siamo anche alla ricerca di un’ambulanza, usata ma funzionante

    I membri di WE are onlus si recheranno presso il reparto periodicamente per verificare e documentare il buon funzionamento del progetto ed eventuali necessità.

    Per fare tutto questo c’è bisogno anche del tuo sostegno.

     

    “We Are What We Do”

     

    I nostri migliori ringraziamenti a:

    SUPPORTERS AND PARTENRS

     

    logoAstana

    La squadra Femminile di Ciclismo Astana Bepink è Partner ufficiale e condivide lo stesso obbiettivo.

     

     

     

    keep_on_logo sito

    L’associazione KEEP ON AUSTRIA che con grande impegno ci fornisce tramite donazioni importanti attrezzature medico-sanitarie.

     

     

     

    Logo_mamme-altro-mondo

    L’associazione MAM (Mamme dell’Altro Mondo) che dispensa gratuitamente materiale medico e sanitario e supporto didattico formativo.

     

  • Il 9/10/11 Maggio si e’ svolto a Perugia il FIDEM Festival ( Festival delle idee Euro-Mediterranee) organizzato da Silvio Nocera eManuela Vena.  L’edizione di quest’anno era dedicata alla Siria e ai problemi legati alla mancanza d’informazione su quanto sta accadendo in questo paese. Naturalmente “We Are” c’era!!! Vi riportiamo l’intervista registrata ai nostri Enrico Vandini e Manuel Turri, trasmessa online su RADIO RADICALE.

     

    Fidem

  • Siria dilaniata da un conflitto sotto silenzio: intervista a Enrico Vandini, presidente di We Are Onlus
    di Max Calvo

    Da lunghissimi mesi la situazione in Siria tiene con il fiato sospeso coloro che sono attenti agli accadimenti circostanti, mentre governo italiano, organi ufficiali, quotidiani seri – ma non la rete – sembrano dimenticarsi di ciò che sta accadendo sotto la scellerata guida di Bashar Al Assad e di coloro che hanno interesse a che la Siria sia in una situazione di totale incertezz ed ingovernabilità, dilaniata da una guerra interna i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili.

    Abbiamo voluto parlare della situazione in Siria con Enrico Vandini, presidente di We Are Onlus organizzazione impegnata nell’aiuto alle popolazioni siriane colpite durissimamente da un conflitto sanguinoso e insensato.

    L’intervista:

    La Siria è un paese dilaniato dalle lotte di potere e dalla guerra civile, ma nessuno ne parla più. Che succede?

    Francamente il fatto che nessuno ne parli è la cosa che più indigna sia me che tutti coloro che lavorano per aiutare questo popolo. Per non parlare della popolazione siriana a cui prima o poi la comunità mondiale e le loro organizzazioni dovranno chiedere scusa. Peccato che le scuse, come nel caso del Ruanda, serviranno davvero a poco se non a rinfrescare le coscienze di chi ha ignorato questo dramma. Al momento la situazione nel paese è drammatica e nel contempo caotica perché c’è chi ha voluto dare una connotazione ad una rivolta che invece era solo nata per ottenere diritti umani e politici. Attualmente Assad vuole fare apparire la sua come una lotta contro i terroristi di Al Qaeda, ma la connivenza di questi con il regime è fin troppo evidente visto che il regime non bombarda le zone da loro occupate e gli stessi membri di Al Qaeda riescono a spostarsi tranquillamente dalla Siria all’Iraq e viceversa. Vorrei ribadire con forza che questa non è nata come una guerra civile bensì come una richiesta di diritti fondamentali che è durata mesi fino a che il regime ha deciso di soffocarla con la forza. Da qui la fuoriuscita di Ufficiali dall’Esercito governativo che hanno poi dato vita all’Esercito Libero.

    Come vive la popolazione questo dramma umano e politico?

    Non è facile capire come effettivamente vivano le persone che ancora sono rimaste nei territori in mano al regime. A noi è capitato di entrare in Siria e abbiamo visto desolazione, miseria, paesi rasi al suolo, ospedali gestiti nel sottosuolo o a pian terreno senza insegne identificative essendo i bersagli preferiti dalle forze governative. Abbiamo visto le condizioni di qualcuno degli innumerevoli campi profughi e le assicuro che la tristezza è tanta. Bambini che non vivono la loro giovinezza come dovrebbero, persone anziane, inferme che vivono confinate in una tenda chissà con quale speranza di potere vivere gli ultimi giorni della loro vita nelle loro case o in una condizione di normale agio. Abbiamo parlato con i profughi che hanno speso buona parte dei loro risparmi per fuggire clandestinamente dall’inferno del loro paese e sbarcano in italia con la speranza di raggiungere paesi del nord europa che sono disposti a concedere loro asilo politico in tempi accettabili ma che una ridicola legge europea costringe a rimanere in Italia essendo questo il primo paese dove vengono identificati. Per questo si rifiutano di dare le impronte, perché sanno che in Italia farebbero una vita miserabile in attesa dell’asilo politico mentre queste persone vogliono rifarsi una vita, lavorando seriamente per garantire un futuro ai loro figli e questo credo che i canali di informazione dovrebbero farlo sapere i nostri concittadini rompendo questo vergognoso silenzio. Ci sono poi le persone che si sono rifatte una vita in altri paesi e che fino a qualche tempo fa speravano di potere rientrare a breve nel proprio paese e che man mano stanno perdendo la speranza e anche questa rassegnazione fa davvero male soprattutto se vista negli occhi di persone che nel frattempo sono diventate amici veri.

    Quali sono le forze che agitano la Siria in questo momento?

    In questo momento il regime essendo di una minoranza(alawita) fa parte degli sciiti ed è appoggiato dall’Iran, Iraq e Hezbollah libanese e quindi dalla cosiddetta semiluna sciita. Già leggendo i nome dei gruppi e delle nazioni che sostengono il regime chiunque si dovrebbe fare una idea dello stato delle cose. Queste che possiamo considerare potenze (visto anche gli stati che li sostengono economicamente e politicamente) si trovano a combattere con un’esercito libero formato in gran parte da oppositori del regime che combattono per una paese libero e democratico. Questa analisi la faccio a malincuore presiedendo una associazione che ci tiene ad essere apolitica e che vuole unicamente aiutare i profughi ed evitare le stragi di innocenti. Chiaro che non posso ignorare che tutto ciò ha avuto origine perché il regime ha voluto ignorare manifestazioni pacifiche che chiedevano istruzione, libertà e diritti umani e anzi le ha represse con la forza.

    Sulla base della sua esperienza, cosa serve affinché la Siria possa ritornare ad essere un paese pacifico?

    Non si tratta solo della mia esperienza ma di un buon senso che sempre più latita. Basterebbe imporre il cessate il fuoco al regime, un governo di transizione e libere elezioni. Le cosiddette superpotenze quando hanno voluto attuare questa politica lo hanno sempre potuto fare e se lasciassero da parte biechi interessi di parte rimettendo la vita umana al primo posto delle priorità, come tra l’altro dovrebbero fare per statuto, questo sarebbe più che attualizzabile.

    Scuola, lavoro, diritti umani fondamentali. Il popolo siriano ha perso tutto, si deve incolpare Bashr Al Assad – ammesso che serva – o lo scenario è ben più ampio?

    Del motivo per cui ha perso tutto penso che non si possa fare altro che accusare Assad e il suo governo. Basta parlare con Siriani più che moderati, o rileggere la storia per sapere che 40 anni fa esisteva un parlamento regolarmente eletto e che rappresentava tutte le religioni e garantiva libertà, educazione e diritti umani a tutto il popolo. Certo che ora lo scenario è diventato ben più ampio ma non credo sia pensabile nel 2014 che in una scuola sia accettabile studiare la vita del dittatore o imparare a memoria i suoi discorsi. Oddio forse per qualcuno ancora lo è ma accoglierlo come leader democratico servono fantasia e spirito.

    Lei è presidente dell’associazione Weare, come svolgete il vostro lavoro nel Paese?

    La nostra missione si svolge raccogliendo beni di prima necessità (abiti, giochi, farmaci, alimenti, coperte, scarpe) che poi spediamo con container e abbiamo contatti con associazioni umanitarie sia turche che siriane che ci garantiscono la distribuzione nelle zone di maggior bisogno. Qui si parla di profughi ma il nostro aiuto non si limita solo a loro. Abbiamo portato aiuti anche agli alluvionati della bassa modenese e in Sardegna nei giorni dell’emergenza

    Di cosa vi occupate esattamente?

    Ci occupiamo di raccogliere questi beni tramite serate di sensibilizzazione, collette alimentari e con il sostegno delle tante persone di cuore che seguono il nostro gruppo Facebook (“We Are…”) o il nostro sito internet (www.weareonlus.org) . Cerchiamo inoltre di fornire il minimo indispensabile ai profughi che sbarcano sulle nostre coste per metterli in condizione di affrontare il viaggio che hanno intrapreso in cerca di condizioni accettabili di vita. Si tenga conto che spesso queste persone sbarcano nel nostro paese con solo una o due sportine di plastica che contengono tutti i loro averi.

    Possono le ONG intervenire laddove la politica fallisce o non è interessata a muoversi?

    Purtroppo devo dire che sì possono ma francamente senza la volontà della politica o dell’interesse dei media si fa molta fatica per raggiungere risultati appena soddisfacenti. Se la politica internazionale si muovesse si potrebbero evitare morti e massacri inutili e mi indigna molto vedere che la storia abbia insegnato così poco a tutti. Belle parole, tanti propositi ma poi si lasciano morire persone nell’interesse generale e in un clima di totale non informazione. Sono stati creati organismi internazionali allo scopo di garantire i diritti minimi a tutti gli abitanti del mondo ma con leggi incoerenti come quella del diritto di veto alle Nazioni Unite la loro efficacia diventa di fatto nulla.Enrico Vandini Siria 01

    Le condizioni dei profughi. Cosa può dirci sulla questione?

    Questo è l’argomento sul quale purtroppo sono più preparato in assoluto, essendomi recato più volte a visitare i campi in cui sono ospitati e sono rientrato proprio a pasqua da una missione in una cittadina turca di confine dove hanno trovato rifugio molti profughi siriani. Forse solo chi ha avuto a che fare con tragedie di questa portata e ha visitato di persona campi profughi può rendersi conto della situazione. Nei campi ogni stagione si palesa nella connotazione peggiore; l’inverno è terribile da passare dentro una tenda e le insidie della neve per chi è costretto a vivere confinato in questi campi sono facilmente intuibili. L’estate, il caldo, la poca igiene ripropongono malattie che di fatto sembravano debellate come la le smaniosi e anche la primavera e l’autunno con le piogge abbondanti che le caratterizzano trasformano i campi in stagni dentro ai quali ci si muove davvero a fatica e ogni operazione quotidiana diventa a dir poco faticosa. Come già detto ci sono poi coloro che rischiando la vita e tutti i loro risparmi cercano di fuggire per raggiungere nazioni accoglienti e disposte a dare loro asilo. Le faccio un esempio: una famiglia siriana che volesse ottenere asilo politico ad esempio dalla svezia sa cosa deve fare? Una persona normale potrebbe pensare che una volta raggiunta la Turchia si possa rivolgere ad una ambasciata e chiedere asilo e una volta ottenuto pagarsi un volo (che costerebbe molto meno della metà di quanto costino i viaggi via mare) e da lì raggiungere il paese ospitante. No, invece non è così; deve raggiungere l’egitto o la Libia, imbarcarsi rischiando la vita, per l’Italia e da lì sperando di non essere fermati ed identificati raggiungere in treno o in auto la svezia. Le pare una procedura dettata da persone degne di governare l’Europa? Io preferisco non commentare per non cadere nella volgarità.

    E sulla polemica tutta italiana dei profughi che la popolazione accoglie e che certa politica utilizza a fini elettorali?

    Il mio parere è sull’Italia che è il paese dove sono nato e dove vivo. Il fatto che la politica continui a sfruttare le miserie e le tragedie umani per fini elettrorali è una responsabilità soprattutto di noi elettori. Fino a quando continueremo a credere esclusivamente a quanto ci viene raccontato e non useremo la mente per ragionare e non ci informeremo di come stanno realmente le cose e cosa dice esattamente la legge saremo correi di questo malcostume. Le posso garantire che il popolo italiano è molto meglio di chi lo governa. Durante le collette alimentari che facciamo, ad esempio, ci proponiamo come gruppo che raccoglie cibo per i profughi siriani con un occhio di riguardo ai bambini. Secondo lei quanti dei nostri interlocutori sanno esattamente cosa sta succedendo in Siria? Le do io la risposta: quasi nessuno anche grazie al pessimo lavoro svolto dall’informazione in Italia ma nonostante questo e nonostante la diffidenza dovuta al fatto che anche dietro missioni umanitarie in passato si siano nascosti interessi illegittimi queste persone ci aiutano anche se la nostra organizzazione è piccola e poco conosciuta ma donano con il cuore. Pensi cosa potrebbero fare se un canale televisivo primario mandasse in onda un reportage ben fatto sui campi profughi. Come le ho già detto credo che la politica e non solo quella nazionale dovrebbe provare vergogna per il trattamento riservato alla questione siriana.Enrico Vandini Siria 02

    Come vede il futuro della Siria e dell’area?

    Francamente sono preoccupato del silenzio che è calato sulla situazione. Ora sono state convocate elezioni risibili e nessun paese ha proposto di inviare osservatori a verificarne l’efficacia. Ho il terrore che i profughi siriani non possano più rientrare nel loro paese libero e questo mi riempie di tristezza perché vedo, perché so che è quello per cui lottano e so che questa è la loro unica speranza. Non li sento parlare di vendette, non li sento arrabbiati, mi trovo spesso davanti persone con una grande dignità che sperano solamente di potere rivedere il loro paese. Questa è anche la mia speranza anche se ogni giorno che passa in questo immobilismo tende a spegnerla.

    C’è qualcosa che possiamo fare come privati cittadini?

    Come privati cittadini dovremmo innanzi tutto cercare di informarci realmente sulla situazione per avere un quadro veritiero di come stanno le cose. Poi sono tante le cose che si possono fare in un paese libero e che una volta erano consuetudine ma che al giorno d’oggi non si usano più. Si può manifestare per solidarietà a questo popolo con la speranza di costringere i governi a prendere qualche posizione, si possono aiutare associazioni come la nostra a raccoglier materiale e anche a dividerlo, inscatolarlo e consegnarlo allo spedizioniere. Creda non abbiamo solo bisogno di sostegno economico ma anche di braccia volenterose ma la mancata informazione ha fatto in modo che i più non conoscendo il dramma non se ne possono certo interessare. Si possono leggere libri di siriani che vivono in Italia e che hanno descritto la situazione rischiando la vita come il nostro amico Shady Amadi per capire la situazione. Sono certo che, come è giusto che sia, la conoscenza spinge le persone ad aiutare per cui vorrei che prima le persone si informassero perché poi sono certo che il loro sostegno alla nostra e ad altre associazioni sarebbe spontaneo e certo.

  • Elie Wiesel, scrittore rumeno premio Nobel per la pace nel 1986, ebreo, sopravvissuto all’olocausto, descrisse l’indifferenza come il male peggiore che l’essere umano potesse vivere nel corso della sua esistenza:

    «Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Il male peggiore è l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza; il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza; il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza. È contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze. E per farlo un’arma esiste: l’educazione. Bisogna praticarla, diffonderla, condividerla, esercitarla sempre e dovunque. Non arrendersi mai».

    Per contrastare l’indifferenza occorre provare sviluppare stimolare l ’empatia che letteralmente significa “sentire il dolore altrui dentro di sé”.
    A Gustave M. Gilbert, psicologo newyorkese, che durante il processo di Norimberga assisteva i criminali nazisti, gli chiesero se a contatto con quegli uomini che avevano freddamente e lucidamente torturato e sterminato milioni di persone, si fosse fatto un’idea di cosa fosse il male assoluto, la sua risposta fu pressappoco questa: “Credo che la natura del male assoluto sia costituita dalla mancanza di empatia”.

    Chi fa del male non è capace di “sentire” il dolore dell’altra persona. Come dal titolo del suo celeberrimo saggio “La banalità del male” di Hannah Arendt – che nel ‘61 seguì da inviata del New Yorker il processo a Gerusalemme al primo artefice della Shoah, Adolf Eichmann – scrive che il Male è più spesso una questione di banalità: Eichmann era un uomo mediocre, senza particolari aspirazioni, privo di qualsiasi spessore intellettuale o culturale, che nelle promesse di riscossa del nazismo vide un’occasione di realizzazione personale.

    Esiste un meccanismo nella nostra mente che determina la capacità di specchiarci, di identificarci nell’altro che non siamo noi? E questo meccanismo, se esiste, è già presente nel nostro codice genetico, o è un valore che acquisiamo attraverso la cultura, l’educazione, la religione? Quindi è un meccanismo innato oppure appreso?

    La scoperta dei neuroni specchio ha gettato una luce nuova e del tutto inattesa su questa domanda. I neuroni specchio sono cellule del nostro cervello che si attivano selettivamente, diciamo si “accendono” sia quando compiamo un’azione, sia quando la osserviamo mentre è compiuta da altri. Vi è nel nazismo una sostanziale caratteristica di disumanizzazione della diversità: la macchina di morte nazista aveva funzionato bene proprio perché la propaganda aveva reso non umani gli ebrei mettendoli in una categoria diversa da quella degli esseri umani per cui ucciderli non era più considerato omicidio.

    Per analizzare la mancanza di empatia non necessariamente si deve parlare di carnefici estremi, in quanto esseri crudeli e violenti, ma si possono analizzare i comportamenti di persone comuni che quasi pigramente decidono più o meno consapevolmente di non fa del bene, di non aiutare, perchè distratte e noncuranti per mancanza di sensibilità e compassione.
    La compassione: un altro aspetto della relazione con l’altro che ci fa condividere una sofferenza, una paura, un dolore. La prossimità la vicinanza con chi soffre fanno riacquistare la dignità di essere umano a chi altrimenti verrebbe semplicemente racchiuso in una categoria: lo straniero, il profugo, il rifugiato, il disoccupato, lo zingaro etc. categoria che lo allontana.

    Un conto è vedere un documentario che parla di chi soffre in Africa un conto è incontrare qualcuno per strada che muore di fame o ha freddo! Imparare a conoscere chi ci è accanto forse ci farebbe avere meno paura di chi non è come noi! Per cui non solo rispetto per gli altri ma proprio amore nell’accezione più completa del termine.

    RAFFAELLA PIAZZI

  • E’ il mio primo giorno in territorio Turco-Siriano e visito delle scuole ad Antakia, non è la classica scuola è una palazzina che sarebbe ad uso abitativo, le stanze sono le camere di quello che doveva essere un’appartamento, i banchi sono accatastati e gli studenti stipati all’interno talmente vicini che usano un quaderno per due perché non ci starebbero sui banchi. Missione 17_20 aprile-23

    Sono li che studiano inglese, matematica, chimica, religione, lingua, storia… studiano anche se il loro diploma non verrà riconosciuto, studiano perché sanno che l’ignoranza porta alla guerra, studiano perché un giorno vogliono ritornare nelle loro città e da grandi essere medici, insegnanti, astronauti. Questi bambini privati della loro infanzia serena sono più adulti di chi nel loro paese sta facendo la guerra.

    Nel pomeriggio corro con Enrico a far la spesa e a preparare i Box da portare alle famiglie. Carichi l’auto e ti trovi davanti 2 donne in lacrime che ti chiedono aiuto, Abed il nostro autista e traduttore ti dice che non sono nella lista delle famiglie e mi guarda e indicandomi mi chiede se per favore posso andare a far visita nelle loro abitazioni (perchè la parola casa non è adatta) per vedere le reali necessità di queste famiglie. In auto non c’è spazio per tutti, Enrico resta a controllare i pacchi alimentari e io da solo vado a giudicare se dover dare aiuto o no a delle famiglie, un nodo alla gola mi viene.Missione 17_20 aprile-57Salgo le scale e un odore acre e di muffa mi fa tossire, scorgo che la famiglia raccoglieva grandi quantità di tozzi di pane e li faceva seccare al sole emanando un odore rancido per la gioia degli animali. Mi aprono la porta due bimbe, e dietro di loro una stanza vuota con soltanto un paio di materassi a terra, il nodo alla gola si è stretto più forte, ho consegnato i box alimentari tentando di restare serio e professionale abbozzando anche un sorriso ma dentro provavo un dolore grandissimo. Il mattino dopo, all’alba passi l’ennesimo check point, ti guardano con aria stupita, due Europei in un’auto con dei Siriani, l’auto è carica di sacchi alimentari tanto che il sedile dietro è completamente invaso e devo praticamente sdraiarmici sopra. Arriviamo in un sobborgo adiacente al confine di Reihanly la luce è forte e nella bianca strada a breve si popola di bambini e mamme, un bimbo con le ciabattine grandi il doppio del sue piede e posizionate nei piedi sbagliati ci viene a salutare, io gli dono un orsacchiotto e subito contento corre alla finestra a farlo vedere alla sorella grande, Enrico cerca tra le tante scarpe che abbiamo con noi e gli mette un paio di scarpine rosse, la sua gioia è enorme tanto che vola in casa a farle vedere. Missione 17_20 aprile-54Sui palazzi sorgono dei piani improvvisati per poter ospitare più persone, tutte le palazzine sono senza ascensore sali 4 o 5 rampe di scale e lotti con i ratti per raggiungere gli appartamenti dove dei solitari bambini ti aspettano sulla porta e ti rincorrono per le scale per regalarti di fantastici sorrisi. Ogni famiglia si avvicina quasi ordinatamente e ognuno ti ringrazia e ti racconta perché è fuggito ed è li, chi è stato incarcerato 3, chi ha visto dei familiari morire, chi è preso dalla disperazione e ti guarda piangendo come una signora anziana che inferma sul suo letto può solo vedere dalla finestra il giardino ben curato dal suo marito come gesto estremo d’amore e le verdi colline della sua terra che ospitano il corpo del loro figlio e che mai più potrà rivedere. La giornata ha inizio all’alba, le famiglie sono tante e non sempre sono vicine tra loro, alla sera tardi arrivi esausto sul letto, ma la fatica è l’ultima cosa a cui pensi, è una fatica interna che ti porti tra le coperte, il pensiero di aver reso felice delle persone ma allo stesso tempo sai che comunque non gli hai ridato il ritorno a casa, sai che hai fatto tanto e sai che molte pancine saranno piene per giorni. Prima di addormentarti, pensi ad ogni singola persona che hai incontrato, il venditore di cereali, il padre addolorato, il bambino a cui ridato il sorriso con delle matite e delle cioccolate, i colori caldi e il profumo di the e caffè che quasi sempre cercano di offrirti anche se possono solo ospitarti su un umile tappeto logoro al centro di una vuota stanza. Nella notte, dal vicino minareto, senti una litania e unendoti in preghiera ti addormenti sperando che tutto questo presto abbia fine. Manuel Turri

  • Mi chiamo… non importa come mi chiamo.

    Sono un uomo e fuggo. Scappo dal mio paese. Sono venuto via da lì, un giorno qualunque, sperando di trovare aiuto. Altrove. Non ho fatto nulla di male! Non sono cattivo, io non lo sono mai stato. Sono quella che si dice una brava persona. Ero un insegnante di inglese, ricordo che avevo una scuola, una vita, una casa e poi che avevo una famiglia. Si avevo una famiglia e avevo amici! Cercavo, aiuto! Ma cosa vuol dire aiuto? Cosa significa essere aiutato? Non lo so. Significa troppe cose tutte insieme ed oggi a me sembrano tutte impossibili…

    Pensavo di andare via da dove sono partito per trovare una sistemazione, per salvare la mia famiglia: parto io e poi porto tutti fuori in salvo! Li porto qui con me. Li porto dove? E poi mi chiedo come posso salvarli se non riesco a salvare ancora me stesso! Sono mesi che giro e rigiro e mi accorgo che sto perdendo semplicemente il mio tempo! I waste my time. Ed ora sono stanco… stanco di aspettare che arrivi una soluzione, che finisca la guerra, che arrivi una bomba che uccida tutti quelli che amo.

    Vorrei tornare in Syria dalla mia famiglia. Per morire insieme a loro. E’ da un po’ che ci penso a quello che devo fare. Non posso più chiedere permessi per respirare, permessi per vivere.

    Forse è giunta l’ora per me di morire! It s time for me to die….
    GRAVELAND la terra delle tombe… io lì finalmente sarò libero… nella terra delle tombe troverò la pace che qui non c’è da nessuna parte. Non Olanda, non Italia e non Europa: basta chiedere permessi e poi le impronte digitali e poi i documenti. Sono stanco di vivere in un campo, in un CARA dove mangio dormo e dormo e mangio.

    Non ho relazioni umane e vivo tutti i giorni aspettando di parlare con casa dove mi parlano di morte e di bombe e dove ci sono i miei figli. Cosa significa essere rifugiato? avere un rifugio cosa significa? sono stanco e faccio fatica a pensare al domani. Io qui non vivo, sembro un condannato a morte attaccato ad un tubo ad una macchina ad un respiratore artificiale… non è vita qui. Se vivessi anche 100 anni per me qui non sarebbe vita.

    Non solo un tetto, non solo pane ed acqua, non solo vestiti. Ma quante cose chiedo? Ma cosa pretendo in fondo? Io volevo solo essere ascoltato! Qualcuno che provasse ad ascoltarmi e che riconoscesse che ero una persona, e così anche io, forse, me lo sarei potuto ricordare!

    Dublino, SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), CARA (centro di accoglienza per i richiedenti asilo) e poi che altro? Ma qualcuno ha capito che in Syria si muore di fame e di bombe e di malattie curabili? Che c’è una guerra? Che chi sfugge alla morte non è altro che un sopravvissuto?

    Poi trovo comunque la voglia di amare, di cercare amore, di ascoltare, di guardarmi intorno e di capire questo mondo pieno di folli e di persone normali come me, dove non possiamo dimenticarci di vivere di dance, celebrate, smile …perché dobbiamo ricordarci davvero e nonostante tutto di sorridere sempre!

    RAFFAELLA PIAZZI