In questi giorni vorrei avere una sorta di “manuale del volontario” da regalare ad alcuni colleghi e colleghe che, come me, si occupano dei profughi di guerra. Nel corso degli anni, ho incontrato molte tipologie di volontari ma, recentemente, si stanno presentando fenomeni nuovi sui quali occorre riflettere tutti. Il rischio è che esperienze ambigue e situazioni che dipendono da definizioni non chiare del proprio compito, che alcuni manifestano, possano risultare snervanti e demotivanti anche per gli altri, per chi invece interpreta il volontariato come “pura” relazione di aiuto. Sembra ovvio: il volontariato è una relazione di aiuto. Punto. Eppure, tra il/la volontario/a e il profugo a volte possono instaurarsi rapporti confusi, falsi, equivoci.
Talvolta mi chiedo se esista un modo “giusto” e uno “sbagliato” di agire del volontariato. Che cosa serve e che cosa, invece, è meglio non fare? Non dire o dire assolutamente? E quando, soprattutto! Il tempismo delle parole e la scelta stessa delle parole sono fondamentali nell’instaurare una relazione di aiuto. Ovviamente, assieme a tante altre dimensioni, pensate e agite: quanto sarebbe utile poter discriminare i comportamenti e gli atteggiamenti in modo netto! Tuttavia, l’idea di un “manuale per il volontario” è un po’ forte. Dà l’impressione che esista una “ricetta”, un “formulario” dei passi da compiere indipendentemente dal contesto e dalle persone che sono coinvolte, però sarebbe comodo, soprattutto per aiutare chi inizia adesso il suo percorso in questo mondo, e che rischia di fare errori devastanti. Forse allora è meglio ragionare insieme sull’ “etica del volontario”.
Un primo passo per far partire una riflessione in comune potrebbe essere quello di fare tesoro degli errori visti in questi anni, e di quelli nuovi che si stanno affacciando ora, non tanto per giudicare i singoli, quanto per rifare il punto sulla nostra attività che, come sappiamo, richiede molte cautele.
Ma il volontario attivista che interagisce con i profughi deve forse avere attenzioni in più, rispetto a chi si dedica al volontariato in altri ambiti? Deve essere diverso? Sfiorare la guerra e farne parte, anche se indirettamente, richiede competenze specifiche?
La risposta è netta e decisa: sì! E’ un campo in cui nessuna improvvisazione è ammessa. Perché? Perché la guerra raccoglie tutte le tipologie degli interlocutori possibili e immaginabili. Chi ci è caduto dentro è circondato da bombe e soffocato da gas, deve elaborare lutti che non vengono davvero mai elaborati dal momento che se ne aggiungono altri che si vanno a sommare ad altro disagio. Forse non tutti i volontari sono in grado di immedesimarsi davvero: violenza di ogni tipo, sopraffazione, stupro, tortura, negazione della dignità umana e cancellazione dei diritti fondamentali …quelli basic che fanno di un uomo o donna una singolarità, e non solo un essere vivente.
La guerra è la negazione della soggettività stessa, come dire “tu non esisti”, “non hai più un passato, non hai più un futuro e il tuo presente è miserrimo e deciso da altri”. L’autostima? Non esiste più. La forza di volontà? La determinazione? Nemmeno. Non esistono progetti di vita, i sogni sono morti anch’essi da qualche parte, uccisi in una qualche maniera barbara. Estirpati e negati. Eliminati tutti i punti di riferimento tradizionali: famiglia, amicizia, appartenenze, lavoro, ecc… ma anche la parte legata ai valori, come la solidarietà, scompare. La paura costante, l’angoscia per sé e i propri cari, l’impossibilità di trovare un senso a ciò che accade fanno altrettanti danni che le bombe.
Al disagio psichico, per i profughi di guerra si somma quello fisico: la mancanza di cibo sicuro e di nutrimento vero, bilanciato e scelto; il cibo diventa pura sopravvivenza organica e non piacere, si perdono il gusto e i sapori, i ricordi di odori e di famiglia, di festa e di casa.  In guerra dimagriscono tutti, senza fare diete slim fast. Si dimagrisce in fretta, non perché si è “famosi” su un’isola e si gioca al naufrago: si perde massa corporea perché non c’è cibo reperibile, perché quello che ancora viene coltivato o importato è inarrivabile economicamente ed ogni morso, ogni sorso ed ogni cucchiaiata fa passare la voglia di mangiare, anzi, fa aumentare la nausea perché ogni cucchiaio costa troppo! Ogni chicco di riso sembra oro e se c’è il cibo a volte poi manca il gas, e poi manca l’energia elettrica per conservarlo, e poi manca l’acqua.
Senza parlare della solitudine. Chi vive nei contesti di guerra si immerge completamente in un’apnea che stritola piano piano, lentamente, ogni giorno, senza pietà. Niente cambia, nessuno ascolta, nessuno aiuta veramente, nessuno comprende e può salvare, nessuno tende la mano. Ogni giorno si respira sempre meno, inesorabilmente.
Poi arrivano i volontari, gli attivisti che si avvicinano in punta di piedi o si tuffano a capofitto, che a volte intervengono in modo delicato e altre volte in modo compulsivo, ci sono volontari che scelgono di incontrare “l’altro” con un atteggiamento professionale ed altri un po’ meno.
Ci sono quelli che incontrano “gli altri” fortuitamente, senza che si capisca bene il perché si trovino a fare quello che fanno, e perché proprio in quel momento, e proprio con quella persona specifica piuttosto che con un’altra. Talvolta qualcuno dice: “ci si incontra perché è maktub”, destino, è scritto ed è cosi che doveva andare. Nessuno si è cercato veramente, è capitato: ci si inizia a scrivere sui social network e ci si abitua lentamente ad essere vicini anche se si è lontani, perché “io sono qua e l’altro è là” ma questa distanza non impedisce di stabilire una relazione. Due esseri umani che si conoscono e si parlano, o meglio ci provano perché non condividono nemmeno la stessa lingua. Ci si aiuta con google translate, che diventa il mediatore socio-culturale che, però, aggiunge o toglie significati, aumenta i toni o li appiattisce e che può falsare i rapporti. La gratitudine da un lato e la voglia di aiutare dall’altro, fa dire a tutti “i love you”, che però nel caso del profugo ha il significato di “grazie, ti voglio bene. Sì, grazie, perché stai qui con me quando nessuno è con me e sono solo, cosi solo che non vedo e sento più niente, non capisco più niente, non ricordo nemmeno chi sono”. E cosi inizia una relazione di aiuto strana, intensa al punto da arrivare talvolta a creare dipendenza. Spesso si trasforma in un surrogato di amicizia e amore… una famiglia! Insomma si perde la lucidità e i confini. Uno dice all’altro “io ho bisogno di te” e l’altro risponde “anche io ho bisogno di te” ma non si riconosce più chi sta parlando. I malintesi sono in agguato.

Chi aiuta chi? Chi fa che cosa?
Non tutti sono in grado di stare nella relazione di aiuto. Non tutti possono. E’ noto che spesso non basta essere animati da buoni propositi, dal desiderio di rendersi utili, dal voler fare del bene, dalla volontà di dare a chi non ha nulla. Spesso si vive più di quello che si è in grado di gestire, di sopportare emotivamente, e la vicinanza “non professionale” brucia entrambi. Sia il volontario sia il profugo. Ma la responsabilità non è di quest’ultimo. Questo va detto con forza. L’incapacità di relazionarsi autenticamente nella veste di volontari causa fraintendimenti abissali che producono più danni che benefici.
Questi soggetti afflitti dal desiderio di aiuto “romantico”, dallo slogan “io ti salverò”, non servono al mondo del volontariato, grazie! Non c’è bisogno di questo. Piuttosto, meglio niente: l’indifferenza fa male ma ha un confine chiaro, inconfondibile, piuttosto che l’errore del “buono” che poi non ce la fa e confonde il supporto a un profugo per amicizia oppure, peggio, per amore. Questo è il nuovo fenomeno che accennavo all’inizio, reso forse più potente dai social network.  Alcuni volontari provano sentimenti che poi ostacolano il percorso che può essere fatto quando il profugo, appunto, arriva nel loro paese. Remano contro gli spostamenti, lo mantengono in una condizione di dipendenza, fanno ricatti emotivi, e non solo.
Ma di chi parliamo ora?
Ovvio, del volontario e della volontaria che fanno volontariato perché ne hanno bisogno loro. Vogliono sentirsi importanti, dispensatori di aiuto verso chi ha un bisogno vitale di quell’aiuto. Desiderano sentirsi “buoni” e dalla parte “giusta” della società, sono convinti di essere non solo utili ma anche indispensabili. Che sensazione appagante, sentirsi ringraziare costantemente ed essere stimati per la propria generosità. Ricevere la gratitudine altrui fa aumentare l’amore per se stessi. Però molto spesso la stima viene conquistata a suon di elargizioni economiche, regali, attenzioni amorevoli e molto altro ancora.

Per cui il confine si confonde e la relazione di aiuto, quella vera, viene azzerata.
Il vero volontario è altro e fa altro: ascolta, affianca e sostiene; accoglie e accompagna; colora il grigio; parla di speranza e futuro dove c’è solo distruzione; sostiene in attesa che tutto finisca e si possa davvero ricostruire. Il volontario lavora giorno dopo giorno, perché forse domani finalmente si potrà ricominciare a vivere.  Ma mai un volontario deve dimenticare il suo “mandato”: la relazione di aiuto. Non di potere. Non di emozioni e passioni in libertà.
Questi sono i patti non scritti, non detti, sottointesi, che forse ogni tanto dovremmo esplicitare meglio: chi giudica e non è in grado di trattenere il giudizio; chi pensa di avere una sola verità in tasca; chi vuole fare a modo suo; chi non ascolta davvero e si sovrappone invadente; chi ha più bisogno della persona che dovrebbe aiutare e, soprattutto, chi vuole trovare l’amore è meglio faccia altro. Cambi hobby, spenda altrove le sue energie e si dedichi ad altro passatempo.
Esiste un’etica del volontario e credo sia importante che ciascuno di noi compia una riflessione costante sui significati che attribuisce al proprio coinvolgimento: il volontario attivista deve sottostare a regole, o meglio deve prendere consapevolezza della complessità della sua opera, in tutte le sfaccettature. Prima di iniziare, conviene impostare un lavoro sulla propria etica “professionale” e umana.
Le regole devono essere dure, rigide, ma condivise nel gruppo dei volontari. Qui non si gioca, c’è troppo in ballo: troppe emozioni. Non esiste improvvisazione, non esiste navigare a vista… c’è una mappa e c’è una rotta. Ci sono obiettivi da raggiungere e step da seguire. Il volontariato deve essere un mondo dove c’è consapevolezza della difficoltà del compito, ma anche del “luogo” verso cui si vuole andare piano piano, fianco a fianco, mano nella mano, compiendo piccoli passi impercettibili, guadagnando millimetri ogni giorno.
E’ difficilissimo ma si va avanti… Don’t give up! È il motto. Non ci si può arrendere. Ma il proprio operato va monitorato costantemente.

articolo scritto da Raffaela Piazzi