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  • Quando 5 anni fa abbiamo deciso di metterci insieme e di fondare We Are Onlus eravamo preoccupati di non trovare abbastanza sostenitori per realizzare i tanti progetti che avevamo in testa. Avevamo anche sperato di lavorare in stato di guerra per cui di emergenza per pochi mesi per poi poterci dedicare a progetti che riguardassero la ricostruzione di questo magnifico paese fatto di tante persone da cui in questi anni abbiamo imparato davvero tanto. Credo che sia chiaro che non possiamo essere più che frustrati perché ancora ad oggi la situazione dal punto di vista dell’informazione è drammatica a dir poco.

    Quando abbiamo fondato We Are abbiamo deciso di fare tutto il possibile per fare conoscere ai nostri connazionali il dramma siriano perché eravamo convinti che il mancato interesse per questa causa fosse da imputare in primo luogo alla disinformazione. Siamo certi di avere fatto tutto il possibile ma dobbiamo prendere atto del fatto che ancora ad oggi la disinformazione è ancora uno dei principali responsabili di questa tragedia.

    Quando abbiamo fondato We Are non avremmo mai potuto immaginare che saremmo riusciti a coinvolgere in questo nostro progetto tanti sostenitori che con la loro generosità ci hanno permesso di realizzare tanti progetti di cui andiamo davvero fieri.

    Quando abbiamo fondato We Are era nostra intenzione donare: donare il nostro tempo e le nostre energie a questa causa, raccogliere beni da donare a chi ne aveva davvero bisogno e, a volte, anche solo un sorriso o un abbraccio a chi si sentiva abbandonato dal mondo intero. Siamo fieri di avere donato tanto, soprattutto grazie a voi ma ad essere sinceri abbiamo ricevuto tantissimo in cambio da persone che ci hanno fatto riscoprire valori che nel nostro quotidiano rischiano di andare perduti. Come ci è capitato di ripetere in tante occasione fare del bene aiuta a stare bene e ognuno di noi è testimone di quanto questo sia vera.

    Quando abbiamo fondato We Are non avevamo davvero idea che ci saremmo affezionati così tanto ai bambini che sosteniamo e alle loro famiglie tanto che ad oggi sono diventati, in un certo senso, come membri di questa grande famiglia. A giorni vi presenteremo un nuovo progetto creato per sostenere gli orfani ospitati presso il Centro di Kilis dove tante volte siamo scesi in missione in questi anni e cercheremo da farvi conoscere, se pure in modo virtuale ognuno di loro e delle loro famiglie. Come avrete occasione di verificare il progetto avrà lo scopo di sostenere ogni famiglia e di seguire ognuno di questi fanciulli fino a quando non saranno in grado di affrontare la vita in autonomia.

    Speriamo ma in fondo siamo certi che sarete disponibili a sostenere anche questo ultimo progetto e avremmo davvero piacere che nel, tempo chi tra di voi è interessato, possa scendere in missione con noi a conoscere di persona questa struttura e questi nostri piccoli amici.

    Grazie di cuore per quello che avete fatto nel corso di questi 5 anni e per quello che continuerete a fare: insomma grazie della fiducia che avete riposto in noi. Grazie da parte di ognuno di noi e grazie anche da parte di coloro che hanno beneficiato del vostro aiuto che in qualche caso è stato addirittura vitale.

    Enrico Vandini
    Presidente We Are Onlus

  • L’opera si riconduce a un evento reale avvenuto nel novembre 2005 ad Amman, capitale della Giordania. Una serie di attentati sincronizzati colpisce tre grandi alberghi di una catena americana, provocando morte e distruzione. In uno di essi soggiorna un gruppo di medici italiani invitati a partecipare a un congresso scientifico internazionale. Tra loro Sandra e Mansour, i protagonisti del manoscritto, fra cui nasce una storia d’amore. Sandra si ritrova nel freddo buio della notte sulle strade deserte della città, con ancora accanto la ragazza giordana che ha soccorso e che ha perduto il fidanzato nell’esplosione. Ferita nel corpo e nell’anima, ripercorre il tremendo vissuto in una dimensione avulsa da qualsiasi criterio di misura. Nel di cile percorso che entrambe le donne dovranno a rontare, avviene il salto temporale nelle loro storie personali antecedenti l’evento. Metabolizzare la morte è di cile ma accettare che sia la mano dell’uomo a provocarla è intollerabile. Condividere l’esperienza di un attentato terroristico può aiutare a superarne l’orrore?

    PAOLA MONTAGNER è nata a Treviso nel 1958 e da oltre metà della sua vita vive a Revere di Borgo Mantovano. Medico internista eclettico, mente curiosa, aperta alle innovazioni e alle terapie alternative scientificamente comprovate, ha sposato un collega di nazionalità siriana da cui ha avuto due figli. Sposare un uomo di cultura araba ha fortemente contribuito a sviluppare la sua sensibilità verso mondi diversi da quello a lei noto e verso il Medio Oriente in particolare.
    È da sempre un’avida lettrice, un’appassionata viaggiatrice e una scrittrice per diletto. Un voluminoso baule colorato contiene i suoi diari di viaggio; vorrebbe aggiungerne almeno un altro. Le sue esperienze e la sua creatività l’hanno spinta verso una nuova sfida: la stesura della sua prima opera letteraria. Ama associare all’immaginazione l’esercizio del pensiero, pertanto la sua narrativa è punteggiata da riflessioni sull’animo umano.

     

    Parte dei proventi derivanti dalla vendita del libro dell’amica Paola Montagner saranno devoluti a We Are Onlus per la realizzazione dei progetti in corso.

    Acquista ora la tua copia del libro su:

    Grazie di cuore a tutti coloro che ci aiuteranno con l’acquisto di questa lettura.

  • Man-tenere, ovvero tenere per mano: è l’obiettivo che si pone We Are Onlus ogni volta che avvia o sostiene un progetto a favore della popolazione siriana, in particolar modo dei bambini. Teniamo per mano la tutela dei diritti fondamentali dei bambini, tutti. Nelle giornate dell’11, 12 e 13 maggio 2018 We Are Onlus ha partecipato a Chiarissima 2018, Festival del Benessere e della Vitalità che si tiene annualmente a Chiari (BS) e che, in questa edizione, si poneva l’obiettivo di proporre buone pratiche per contribuire alla salvaguardia del Pianeta.

    In questo contesto si è inserita la tavola rotonda organizzata da We Are Onlus, portando l’attenzione sulla tutela di valori e diritti fondamentali che, in Siria, appaiono ormai in via di estinzione. Dopo 7 anni di conflitto la distruzione e la sofferenza hanno abbattuto ogni limite. Ma non la speranza. “Facciamo Germogliare la Speranza” era il titolo della conferenza, che aveva la duplice finalità di portare maggiore consapevolezza, attraverso le testimonianze di coloro che, direttamente o indirettamente, vivono il conflitto siriano e, contestualmente, raccontare esperienze e “buone pratiche” che possano contribuire fattivamente al miglioramento della qualità della vita di una popolazione, in particolar modo dei bambini, in grave sofferenza. Continuare a coltivare in loro ed in noi stessi la speranza di un futuro migliore attraverso azioni concrete è fondamentale.

    Uno dei protagonisti del convegno è stato il dott. Hatem, ex direttore del Children Hospital di Aleppo ed ora dell’Hope Hospital for Children di Ghandoura (nord di Aleppo, Siria), che ha raccontato la sua storia. Nel 2016 l’ospedale pediatrico di Aleppo è stato ripetutamente bombardato: a novembre 2016 ha cessato definitivamente la sua attività. Le immagini di quell’ospedale, dove i bambini venivano tolti dalle incubatrici messe fuori uso dall’ultimo bombardamento, hanno fatto il giro del mondo, così come il pianto disperato di una di quelle infermiere, Malak.

    Dopo un mese, Hatem ed il suo team hanno dovuto evacuare Aleppo est, non sapendo se e dove avrebbero potuto riprendere la loro attività. Per amore di tutti i bambini che avevano bisogno del loro aiuto, Hatem si è battuto per aprire subito un nuovo ospedale. Insieme ai suoi colleghi, ha lanciato un appello alle organizzazioni umanitarie internazionali, accolto da IDA (Independent Doctors Association) e CanDo. In poche settimane, oltre 5.000 persone hanno donato ed è nato il progetto People’s Convoy, un convoglio carico di attrezzature mediche partito da Londra per la Siria. Ad aprile 2017 è stato inaugurato il nuovo ospedale pediatrico a Ghandoura, nel nord di Aleppo, l’ HOPE HOSPITAL FOR CHILDREN.

    L’ospedale ha un reparto di terapia neonatale, terapia intensiva, incubatrici, degenza pediatrica, pronto soccorso pediatrico, area maternità, laboratorio analisi e farmacia che fornisce medicinali gratuiti. Nel primo anno di attività Hatem ed il suo team hanno curato oltre 16.300 bambini, fornito 47.600 consultazioni mediche e, solo negli ultimi 3 mesi, soccorso 120 di bambini colpiti da ordigni bellici. Il legame che unisce tutto il team con la popolazione locale ed i bambini ospiti è diventato davvero profondo. Perdere quest’ospedale, che ora ha bisogno di nuovi fondi per il suo sostentamento, significherebbe per migliaia di bambini l’impossibilità di accedere alle cure mediche e per molti di loro la morte. Per questo è stata lanciata una nuova campagna di raccolta fondi “Keep The Light of Hope on” (manteniamo la luce accesa sulla speranza) e garantire il proseguimento delle attività.  Le sofferenze e le tragedie apparentemente così lontane, che talvolta e solo per caso vediamo in TV, hanno volti e vite vere. Questi. La semplicità e l’autenticità delle parole di Hatem hanno commosso ed entusiasmato tutti noi che abbiamo avuto il piacere di conoscerlo e la platea che lo ha ascoltato.

    Sabato 12 maggio, Hatem ha inoltre incontrato i ragazzi della scuola media di Corte Franca (BS), che lo hanno accolto con grande calore, domande ed un interesse tangibile. Il team ed i bambini dell’Hope Hospital for Children hanno ricambiato il loro affetto con un disegno che rimarrà nei cuori di tutti coloro che hanno partecipato a quell’incontro.

    La speranza vera è stata la protagonista di queste giornate a Chiarissima 2018. Insieme al dottor Hatem ed al team di We Are, hanno partecipato:

    • Feisal Al Mohammed, medico siriano, residente a Roma da oltre 40 anni, portavoce dell’Ass. Siria Libera e Democratica, che non fa fatto mancare importanti spunti di riflessione. Alla domanda dal pubblico “cosa possiamo fare noi tutti, lontani dal conflitto, come possiamo aiutare?”, la sua risposta è stata emblematica. “La Parola”, quella che ognuno di noi può usare a propria discrezione, per comunicare in modo corretto, per trasferire concetti ed informazioni, per sensibilizzare chi ci sta vicino. Consapevolezza e vicinanza producono speranza e risultati tangibili.
    • Alessandra Altamura, autrice del romanzo “Siamo gli Eroi del Circo”: la vita di un ragazzo siriano fuggito dalla guerra e rifugiato a Madrin (Turchia), dove la scuola circense diventa strumento per restituire sorrisi “La guerra ruba i sorrisi e il circo li regala”.
    • Due artisti straordinari, Alaa Arsheed (violino, di origine siriana) e Isaac de Martin (chitarra) hanno suonato la bellezza della vita.”La musica è arte che mette in contatto, un linguaggio universale che è più forte del suono della guerra.. Quello che sogno è offrire speranza, trasmettere energia per fermare ciò che sta succedendo. Se la gente vuole farlo ci riuscirà” (Alaa Arsheed)

    L’evento è stato trasmesso in diretta da Radio Radicale ed è consultabile alla pagina:
    www.radioradicale.it/scheda/541265/facciamo-germogliare-la-speranza-testimonianze-dal-cuore-della-guerra-in-siria

    Alessia Arcolaci, giornalista di Vanity Fair ha intervistato il dott. Hatem. Di seguito l’articolo completo.
    www.vanityfair.it/news/diritti/2018/05/13/hatem-siria-ospedale-guerra

    We Are Onlus sostiene l’Hope Hospital For Children con IDA (Indipendent Doctors Association).
    Aiutaci anche tu con una piccola donazione:
    – tramite un versamento su paypal: donazioni@weareonlus.org
    – tramite bonifico sul c/c di We Are Onlus Iban: IT02V0538702402000002154768
    Causale: Erogazione liberale “progetto dottor Hatem”

    Visita anche il sito: www.candoaction.org/ida/light-hope

     

  • Quella che potete vedere nelle foto in fondo all’articolo è Masa, una bambina siriana che vive in una delle case di cui ci prendiamo carico col progetto #wearehome.
    La vedete così allegra e sorridente, ma è stata testimone e vittima degli attacchi chimici avvenuti pochi giorni fa.

    Quello che trascriviamo è la traduzione dell’articolo del giornale “The Times”, che racconta l’esperienza vissuta da Masa e la sua famiglia.

    Masa guardò suo padre scavare nella borsa di vecchi abiti fuori dalla sua tenda e tirò fuori la sua maglietta viola da vicino al fondo.
    “Senti l’odore,” disse, tendendomi la mano, con voce calma.
    “Dimmi, che odore ha?” Puzzava come una piscina.
    Il fetore del cloro è stato un retaggio dell’ultima notte di sabato, quando l’attacco chimico del regime del presidente Bashar al-Assad colpì la città natale di Masa, Douma, vicino a Damasco.
    Lo sciopero spinse la Gran Bretagna a lanciare attacchi mirati contro la Siria, insieme a Francia e Stati Uniti. All’inizio di ieri mattina, i loro attacchi aerei hanno colpito obiettivi di archiviazione, ricerca e militari. Mentre i missili volavano 3.000 sopravvissuti dell’atrocità chimica attesero in un campo nel nord della Siria, alla disperata ricerca della loro storia. Molti sono ancora malati: pallidi, svogliati e tossiti. I loro vicini e amici sono morti.

    Il Sunday Times è la prima organizzazione media occidentale ad incontrarli. Tutti hanno fornito testimonianze confermative che hanno indicato un attacco con un’arma chimica.

    Masa indossava la sua maglietta viola intorno alle 18 di sabato scorso. La sua famiglia si nascondeva in un seminterrato a Douma con 75 dei loro vicini, mentre aspettavano un’altra notte di bombe a botte lanciate dal regime di Assad.
    “Le bombe erano davvero forti quella notte”, ha ricordato la madre di Masa, Amani, 34 anni. “Erano così rumorosi, e ovunque c’era polvere.
    “Poi è stato tranquillo e abbiamo sentito due scoppi, ma non come qualcosa esploso. Proprio come qualcosa è caduto. Poi c’è stato un sibilo. “
    Due dei giovani del seminterrato si offrirono volontari per andare a vedere cosa stava succedendo. Alcuni secondi dopo, tornarono indietro di nuovo. “Gas! Gas! “Urlarono. “Tutti fuori!”
    Le persone nel seminterrato sapevano cosa avrebbe fatto il gas. Nel 2013, un attacco che l’ONU attribuì a missili contenenti agente nervino di sarin uccise almeno 1.400 nella vicina Ghouta.
    Amani non ha esitato. Afferrò Masa e corse verso le scale. Suo marito, Diaa, debole per il diabete, non poteva portare la sorella gemella di Masa, Malaz, così suo fratello la prese. Mentre Amani si arrampicava, vide il gas bianco e la polvere che le scorrevano oltre. Versò dell’acqua sulla bocca di Masa. “Il gas era piccante”, ha detto. “Piccante in gola come il peperoncino. Stavo vomitando e tossendo. Nessuno poteva respirare. Intorno a me, le persone stavano cadendo a terra”. Amani crollò, per un breve istante privo di sensi. Masa giaceva accanto a lei, schiumando agli angoli della bocca. “Tutto il mio corpo non ha funzionato”, ha detto Amani. “Quando salivo le scale, sentivo di perdere forza. Non potevo controllare il mio corpo. Stavo solo tremando tutto il tempo. Non c’era ossigeno.
    “Quando arrivò, l’edificio fu colpito da un nuovo giro di bombe. Suo marito e l’altra figlia non si vedevano da nessuna parte. Li trovò al secondo piano, crollò dopo aver inalato il gas, ma rimase cosciente. Era buio e la polvere e il gas si mescolavano in un miasma soffocante bianco. Le bombe stavano ancora precipitando fuori, facendo tremare la stanza.
    Nel panico uscimmo in strada. Fuori, i loro vicini stavano frugando, alcuni piangendo sui parenti che si agitavano per terra, con della schiuma bianca che ribolliva intorno alle loro labbra. Altri stavano gettando acqua su quelli ancora coscienti. Era l’unica cosa che sembrava aiutare. Amani ha telefonato ai vicini e agli amici per avvertire dell’attacco di gas. Ma per molti era troppo tardi. “Ci sono tre scantinati nella nostra strada”, disse singhiozzando. “Solo tre persone sono morte nel nostro, perché siamo stati avvertiti. Ma nel seminterrato accanto non hanno sentito il gas. Morirono tutti all’istante.”
    Soffocando e barcollando, Amani e la sua famiglia sono arrivati ​​in una clinica. E ‘stato sopraffatto da morti e morenti. I più colpiti sono stati i respiratori, ma la maggior parte è stata semplicemente spruzzata con acqua nella speranza che potesse essere d’aiuto. I gemelli, che riuscivano a malapena a respirare, ricevettero cure.
    “Ho visto un dottore. Ha iniziato a piangere perché aveva 40 pazienti che avevano bisogno di medicine ma aveva solo medicine per tre persone”, ha detto Ibrahim, (50 anni) un altro sopravvissuto che è arrivato alla clinica. Tutti i sopravvissuti a Douma intervistati dal Sunday Times hanno riportato gli stessi sintomi, che in alcuni casi sono durati per giorni: una sensazione di perdita di controllo degli arti, schiuma bianca alla bocca, tosse, vomito e intenso mal di testa. I medici dicono che si tratta di sintomi coerenti con l’esposizione al gas nervino. Si ritiene che le bombole di gas abbiano colpito almeno due siti separati a Douma, un quartiere del sobborgo di Damasco nella Ghouta orientale, che era stato assediato per 4 anni e mezzo. Tre testimoni non collegati dell’attacco nei pressi di al-Shuhada Square (dove viveva la famiglia di Amani) raccontano di un gas giallo che odorava fortemente di cloro che filtrava verso il basso prima di disperdersi in smog e polvere bianca. Tutti hanno riportato una sensazione acuta di bruciore alla gola e perdita del controllo del proprio corpo. Uno disse che il gas odorava di batterie per auto.
    “Quello che stanno descrivendo è il cloro e quello che sospettiamo è un agente nervino misto al cloro”, ha affermato Hamish de Bretton-Gordon, ex ufficiale dell’esercito britannico, esperto di armi chimiche e consulente di organizzazioni non governative in Siria. L’arma del gas nervino e del cloro contro i civili è vietata dal diritto internazionale. Questa è anche la conclusione di Ibrahim Reyhani, un volontario della Protezione Civile del Casco Bianco che ha vissuto l’attacco del sarin del 2013 su Ghouta e ha riconosciuto quello che stava accadendo mentre tentava di salvare le vittime sabato. “Non potevo avvicinarmi, non potevo aiutare nessuno perché il gas era così forte”, ha detto. “L’effetto del gas era come il sarin mescolato al cloro. Era lo stesso dell’attacco del 2013. Se è solo cloro, se lo senti, puoi scappare. Ma tu respira e ti uccide. ” Il mattino seguente, il gas si era ritirato e, indossando maschere antigas, lui e la sua squadra entrarono negli scantinati. Erano stipati di persone che si erano nascoste dalle bombe. Tutti erano morti. Bambini, donne e uomini, ammassati sul pavimento, membra aperte, bocche schiumanti.
    “Ci sono stati molti che sono morti sulle scale”, ha detto Reyhani. “Se fosse cloro, avrebbero potuto scappare. Ma sono morti dopo aver fatto solo pochi passi.” Alcuni dei corpi avevano ustioni tinte di verde per il bianco dei loro occhi. La loro pelle si staccò con un semplice tocco e chiunque toccasse i corpi iniziò a sentirsi male. Per decontaminarli, i White Helmets hanno chiamato un camion dei pompieri per radunare i cadaveri nelle strade. A metà mattina, il giorno dopo l’attacco, era iniziata l’evacuazione. Folle si sono radunate nel sobborgo in rovina per gli autobus che li avrebbero portati via dalle case alle quali si erano aggrappati per tanto tempo. Sono stati portati in un campo nel nord della Siria gestito da Afad, il disastro dello stato turco e l’autorità di gestione delle emergenze. File di tende bianche incontaminate ospitano famiglie che hanno perso tutto. Molti sono ancora malati, mentre altri soffrono di una continua contaminazione a causa dei propri vestiti e oggetti personali.
    Amani è stato ricoverata in ospedale giovedì, risentendo dei postumi dell’esposizione al gas. Le fu detto di lavarsi i vestiti.
    “Ci stavamo ancora ammalando a causa delle borse e dei vestiti che avevamo nel seminterrato”, ha detto. “Non lo sapevamo.”
    Altri che non sapevano del gas morirono.
    “Erano persone innocenti”, singhiozzò Amani. “Erano nostri amici. Sono diventati numeri, ma non lo sono. Sono civili e famiglie.”

    Potete l’articolo originale del giornale “THE TIMES” in inglese al seguente link:
    https://www.thetimes.co.uk/article/the-little-girl-whose-agony-set-the-west-on-path-to-war-gwv0d0rfl

    #aiutaciadaiutare

    Col progetto #WeAreHome stiamo cercando di aiutare più famiglie che possiamo e dare loro almeno un tetto in cui vivere, per poter riniziare una vita normale, per quanto possibile. Con anche un piccolo contributo possiamo fare tanto.

    Sostienici in questa iniziativa, effettua ora una donazione:
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    Grazie mille a tutti coloro che ci aiuteranno.

  • Sette anni di conflitto, sette anni di bombe, macerie, miseria e paura.

    I bambini in Siria continuano a essere le prime vittime innocenti di una guerra senza fine che alcuni davano per terminata e invece nelle ultime settimane ha visto un’intensificazione delle violenze, sopratutto nella zona di Ghouta. Mancano ormai i servizi fondamentali come scuole ed ospedali e i beni di prima necessità come cibo, acqua e medicine. Ora le vittime degli attacchi chimici stanno vivendo in un campo profughi allestito dalla Red Crescent per l’emergenza ad Azaz, ma passare l’estate torrida sotto delle tende in plastica può solo peggiorare le loro condizioni di salute.

    Per fronteggiare l’emergenza la nostra associazione ha contribuito ora con 2000 dollari per l’affitto di due appartamenti che daranno alloggio a due gruppi famigliari (di cui potrete guardare le foto in fondo all’articolo per una maggiore documentazione). Questo piccolo contributo aiuterà a migliorare per un po’ la qualità di vita di queste due famiglie siriane, ma riuscirà a sostenere solamente 5 mesi di affitto. Abbiamo ancora bisogno del vostro aiuto per garantire un futuro migliore a queste famiglie. Sappiamo di chiedere tanto ma possiamo e dobbiamo fare di più per aiutare molte altre famiglie bisognose di una casa.

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  • Si è svolta la “Missione di Pasqua” per la Onlus “We Are” che durante la giornata del 1 aprile è stata a Kilis, sul confine turco siriano, presso una casa famiglia locale per rifugiati siriani, portando aiuti ai bambini ospiti della struttura. Sono stati donati vestiti e beni di prima necessità per i piccoli ospiti della struttura.  Ho partecipato alla Missione pubblicizzando i lavori, riprendendo i momenti importanti e descrivendo ciò che avveniva.  Protagonisti della “Missione di Pasqua” sono stati il Presidente della Onlus We Are Enrico Vandini, la Vice Presidente Lorella Morandi e Firas Mourad, attivista e volontario della Onlus. La Onlus We Are è stata fondata da 10 volontari già coinvolti e presenti nell’aiuto verso i rifugiati siriani nei campi turchi e siriani. In particolare, la struttura ha sempre prestato attenzione ai bambini e alla loro educazione. “We Are” raccoglie aiuti finanziari e materiali, al fine di organizzare e inviare container ai campi profughi, dove gli stessi volontari hanno potuto osservare di persona la mancanza di beni primari ed essenziali per una vita dignitosa. Nel tentativo di comprendere come la realtà siriana vive la fuga dal conflitto e come i siriani tentano di organizzarsi per ritornare ad una vita dignitosa in Turchia, ho intervistato, grazie all’aiuto linguistico di Firas Mourad, il Direttore della Casa Famiglia per rifugiati di Kilis, la “Sultan Fathin Mehmet”, Abd Ulghan.

    1) Può descriverci lo scopo e l’essenza della struttura per rifugiati che dirige denominata “Sultan Fathin Mehmet”?

    La struttura è nata nel 2014 e attualmente è composta da circa 52 bambini e un numero di famiglie che varia tra le 13 e le 15 unità, famiglie le quali hanno perso tutte il capofamiglia. La nostra comunità è divisa in appartamenti separati all’interno di uno stesso palazzo dove le varie comunità di madri e bambini vivono. Siamo riusciti ad avviare anche un circuito lavorativo per alcune delle donne ospitate. Nella struttura vi è un laboratorio di cucito in cui vengono prodotti lavori in tessuto e viene insegnato, alla donne interessate, l’arte del cucito. La vendita di tali prodotti avviene attraverso un circuito di aziende turche che commissionano gli acquisti e noi ci occupiamo della manifattura e della produzione. In Turchia siamo ben integrati nel meccanismo istituzionale e sociale lavorativo e siamo in molti a tentare semplicemente di andare avanti nonostante tutte le difficoltà e la tristezza di vedere la propria nazione rasa al suolo.

    2) Come vi sentite a Kilis e che rapporto avete con la popolazione turca?

    Kilis è una città di quasi 200.000 abitanti, di cui 110.000 sono siriani e tale concentrazione multietnica ha permesso una nostra quasi totale integrazione con la comunità turca locale. Come siriano posso dire che sono stato accolto molto bene e il mio trattamento da parte delle istituzioni, con tutte le difficoltà che potete immaginare, è alla pari con i turchi. Per noi siriani rifugiati in Turchia è possibile anche avviare un processo burocratico per richiedere la cittadinanza turca, una volta soddisfatti alcuni requisiti legati alle procedure di controllo sul lavoro e sull’integrazione con la comunità locale.

    3) Lei, come guarda al domani e cosa augura ai siriani per il futuro?

    Come cittadino siriano mi auguro di poter tornare a vivere nella mia Siria, da uomo libero. Perché non posso vivere nel mio paese? Vorrei che l’Occidente imponesse la democrazia in Siria facendo capire al mondo seriamente cosa è Assad. Voglio essere ancora più preciso: non chiedo un intervento armato degli Usa nel territorio perché la storia attuale della nostra Siria insegna che con la violenza non si risolve nulla, vorrei che il mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti, chiedesse con forza alla Comunità Internazionale e alle potenze statuali di non sostenere più il regime di Assad, deliberando elezioni liberi e vere. Il mio sogno è quello di tornare a vivere serenamente la vita democratica siriana. Intanto, proseguo la mia azione in sostegno delle famiglie e dei bambini siriani in Turchia, qui a Kilis. Ho il dovere di ringraziare, con tutto il mio affetto e con tutta la mia riconoscenza, organizzazioni come la Onlus “We Are”, e persone come Enrico Vandini, Lorella Morandi e Faris Mourad, che permettono alla nostra comunità di poter continuare a vivere grazie al loro sostegno economico e materiale. Oggi, grazie alla missione di We Are, i nostri piccoli ospiti sono tornati a ridere e a scherzare, una spensieratezza rara da veder sui loro volti, comprando numerosi vestiti, giocattoli e dolciume. Ho anche una certezza: “We Are” non ci abbandonerà, con Enrico Vandini stiamo già lavorando ad una nuova missione per l’estate, inoltre non ci fermeremo con i nostri lavori artigianali in tessuto che vorremmo far conoscere anche agli italiani per poter apprezzare le nostre tradizioni nell’arte del tessuto e così, contemporaneamente, sostenerci e aiutarci.

    4) Mi parli della sua storia? Cosa ha vissuto da siriano?

    Sono stato un ospite delle carceri siriane di Assad. Per un anno e mezzo ho vissuto nei sotterranei di una prigione presente all’interno di un palazzo del governo ad Aleppo. La struttura è denominata “Prigione Palestina”, e qui ho subito una continua violazione della mia dignità come essere umano. Su di me e sui miei compagni di cella, nella nostra cella eravamo circa una quarantina, abbiamo vissuto forme di tortura come la privazione del sonno. Non avevamo nessun contatto con i legali, in Siria chi è in carcere non ha il diritto alla difesa, e dopo 5 mesi di carcere non avevo ancora idea del perché della mia presenza all’interno della struttura. Chi viveva peggio di me erano i miei parenti. Non potevano chiedere di me alle autorità locali, il solo chiedere, il solo pretendere di visitare e conoscere le mie condizioni poteva generare anche il loro arresto. Ho visto miei compagni di cella svanire nel nulla e non ricomparire più. Molti siriani, anche qui in Turchia, hanno paura, poiché l’unico strumento delle istituzioni di Assad che funziona impeccabilmente è quello della repressione e dei servizi segreti. In Siria chi non è d’accordo con le idee di Assad, viene zittito scomparendo nel nulla o divenendo ospite perenne delle patrie galere.

    Assad e le istituzioni siriane. Come sono viste da un siriano in fuga?

    Le istituzioni statali sono corrotte. Il regime vive dell’incrocio tra meccanismi distorti e malvagi di potere e repressione e in tale ottica il sistema funziona perfettamente. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad al Hussein, nel suo report annuale ha dichiarato, senza mezzi termini, che il regime di Damasco sta programmando in Siria un’altra “apocalisse, con la complicità dei Paesi alleati, Russia e in Iran in particolare”.  Le forze governative siriane e le milizie fedeli al regime Shabiha si sono macchiate entrambe di gravi crimini di guerra. Anche i ribelli siriani che combattono il regime di Bashar al Assadhanno commesso violazioni, ma le loro responsabilità «non raggiungono la gravità, la frequenza e l’intensità» di quelle dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane, secondo il rapporto di 102 pagine presentato da Paulo Pinheiro, capo degli investigatori sui diritti umani delle Nazioni Unite. «La Commissione ha trovato fondati motivi per ritenere che le forze governative e gli Shabiha abbiamo commesso omicidi e torture, e gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, inclusi omicidi illegali, arresti e detenzioni arbitrari, violenze sessuali, attacchi indiscriminati, saccheggi e distruzione di proprietà», si legge nel documento che fa luce sullo scenario della guerra civile siriana.

    Articolo di Domenico Letizia, Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale e componente del Consiglio Direttivo della ONG “Nessuno Tocchi Caino”, pubblicato per il quotidiano “Cronache di Napoli”.

     

  • Eccoli qui “i nostri bambini di Kilis”, allegri e pieni di energie, che ci ringraziano per la visita durante la missione di Pasqua.
    Li vedete i bambini di Kilis?
    Sono chiassosi come tutti i bambini nel mondo, curiosi, sorridenti, amano farsi fotografare con le dita a cuore e giocare a rincorrersi, ma l’infanzia qui, può essere un vero lavoro. Ognuno di loro ha alle spalle una storia triste, ma guardano al futuro con speranza grazie anche a tutti Voi che sostenete la nostra associazione We Are Onlus.
    Da questi sorrisi e da questi occhi che ricominciamo tutti i giorni, sapendo di essere dalla parte giusta, dalla “parte bella della storia”. Questi non sono solo sorrisi meravigliosi, ma benedizioni da accogliere e custodire e ci spingono a continuare nel nostro lavoro. La vita è difficile in Siria, i bambini sono obbligati a crescere in fretta. Le loro madri non si sono rassegnate solo a sopravvivere ma hanno deciso di provare ad inventarsi una vita “normale”: una casa-famiglia dove vivere e condividere con altre donne e bambini (la nostra associazione contribuisce al pagamento degli affitti), un lavoro nella sartoria che noi chiamiamo con affetto “la fabbrica delle donne”, perché è da lì che provengono le nostre favolose pashmine, quelle che molti di voi già stanno acquistando e il cui ricavato andrà devoluto interamente a loro.*
    La normalità del nostro stare insieme è stato anche il pranzo in uno dei migliori ristoranti di Kilis. I bambini, le mamme, il direttore della casa-famiglia e noi di We Are abbiamo condiviso piatti tipici siriani, sorrisi, abbracci e chiacchiere in tante lingue diverse e qui, ci siamo rinnovati le nostre promesse nella lingua universale che è quella del cuore: noi di We Are ci saremo sempre e sosterremo tutti i bambini siriani bisognosi.
    A Kilis è nato anche un nuovo progetto: abbiamo incontrato e conosciuto il Dott. Hatem, che con aiuti internazionali ha lavorato per l’apertura del Hope Hospital for children a nord di Aleppo, dopo che l’Aleppo Children Hospital era stato ripetutamente bombardato nel 2016. Potrete incontrare e conoscere il Dott. Hatem durante le giornate di “Chiarissima 2018” nei giorni 11-12-13 maggio. Nell’incontro della giornata di sabato, insieme ad altri relatori, ci parlerà della sua esperienza, dei suoi bambini nell’ospedale, della guerra e della speranza.

    * Le pashmine le potete acquistare al seguente link:

     

  • È l’amore per il Pianeta Terra e per l’Umanità vera che la popola, che ci spinge a lottare ogni giorno per la loro sopravvivenza, per la ricostruzione e la salvaguardia di quei valori e diritti fondamentali che sembrano ormai in via di estinzione, distrutti sotto il peso di bombardamenti prima fisici e poi morali che in alcune parti del mondo stanno devastando ogni forma di vita. Questa è la Siria, una terra martoriata da 7 anni di conflitto, che pare non avere fine.

    Noi di We Are Onlus, organizzazione no profit che dal 2013 sviluppa e sostiene progetti a favore della popolazione siriana, siamo fermamente convinti che la speranza non debba morire sotto le macerie, ma che, attraverso una più attenta consapevolezza di ciò che sta devastando quella parte del nostro Pianeta, si possa generare nuova vita. In questi 5 anni di attività abbiamo dato vita e supportato una clinica pediatrica, un centro di riabilitazione per bambini con disabilità ed una scuola in un campo profughi nell’area di Azaz nel nord del Siria. La guerra ha forzato quei bambini in uno luogo senza tempo e senza anima, li ha privati di tutto ciò che nella nostra quotidianità è scontata (cibo, medicine, scuola, gioco). Possiamo coltivare in loro ed in noi stessi la speranza di un futuro migliore attraverso azioni concrete che ognuno di noi può operare.

    WE ARE ONLUS è recentemente entrata in contatto con uno dei medici che lavorava presso l’ALEPPO CHILDREN HOSPITAL, una struttura non più attiva da novembre 2016, dopo aver subito tre bombardamenti. In Siria infatti gli ospedali sono divenuti bersagli strategici, che vengono ripetutamente attaccati, aggravando ulteriormente le condizioni della popolazione già allo stremo(http://ida-org.com/index.php/portfolio-posts/aleppo-pediatric-hospital/). Al fine di poter proseguire l’attività del Children Hospital, a dicembre 2016, attraverso una rete di donazioni, è stato organizzato un convoglio contenente materiali e strumentazione medica che da Londra ha raggiunto Ghandoura, cittadina a nord di Aleppo, che ha permesso l’apertura del HOPE HOSPITAL FOR CHILDREN.

    Si tratta del dottor Hatem, che, oltre a lavorare all’interno di questa struttura, porta la sua professionalità anche nei campi profughi limitrofi. https://www.facebook.com/inddoctorsasso/videos/1758874147753729/

    Il dottor Hatem si è reso disponibile a partecipare ad una tavola rotonda che si terrà sabato 12 maggio alle ore 16.30 in occasione di Chiarissima 2018 (Festival del Ben-Essere a 360 gradi che si terrà nella meravigliosa cornice di Villa Mazzotti a Chiari – BS).

    Oltre al dott. Hatem, parteciperanno all’incontro, coordinato da Enrico Vandini, presidente di We Are Onlus

    • Feisal Al Mohamad, medico di origine siriana che da circa 40 anni vive e lavora a Roma, portavoce dell’Associazione Siria Libera e Democratica;

    • Alessandra Altamura, autrice di vari libri che raccontano le esperienze e gli incontri vissuti nei campi profughi e in aree particolarmente disagiate, dando voce alle esistenze dimenticate, ingiustamente maltrattate e sofferenti

     

    Ma il pomeriggio di Chiarissima 2018 dedicato al “benessere solidale oltre ogni confine”, non si conclude con le parole e le esperienze dei protagonisti della tavola rotonda. Sarà anche la musica a parlare di speranza, con due musicisti straordinari: Alaa Arsheed (violino, di origine siriana) e Isaac de Martin (chitarra, Veneto).

    Il duo ben rappresenta l’incontro tra la cultura Italiana e Siriana. Il loro concerto è un viaggio in musica all’insegna della commistione tra culture, colori e suggestioni del Medio Oriente, del jazz degli albori e dell’elettronica d’avanguardia, una versione intima ed acustica di questo magico viaggio.

    Alaa e Isaac non solo hanno avviato una collaborazione artistica di grande successo: insieme hanno realizzato il progetto SEEDS_I play with Mozart un viaggio musicale al contrario lungo la Rotta Balcanica, dove i rifugiati e i migranti viaggiano nella speranza di iniziare una nuova vita lontana dalla povertà e dalla guerra. Oltre allo scopo umanitario di sensibilizzare la comunità internazionale sulla situazione della crisi dei rifugiati nei Balcani, il progetto ha anche un obiettivo artistico di grande rilevanza: l’arte, soprattutto la musica, può servire come strumento primario per unire le persone, agendo come linguaggio universale in grado di distruggere qualsiasi barriera fisica o culturale.

    Sabato 12 maggio, dalle ore 16.30 a Chiarissima 2018, FACCIAMO GERMOGLIARE LA SPERANZA, un’occasione straordinaria per conoscere e condividere pensieri e possibili azioni utili al miglioramento della qualità della vita di migliaia di bambini: sono loro il futuro del nostro Pianeta.

     

    Per informazioni:

    Lorella Morandi, vice presidente We Are Onlus Tel. 333 2373222 morandilorella@gmail.com

    o visita la nostra pagina facebook

  • Vi ricordate questi volti?
    Non ne parlavamo da un po’, ma il nostro rapporto di amicizia e di sostegno con l’orfanotrofio di Kilis (dove sono ospitati i nostri piccoli amici) è costante, anche se spesso vorremmo poter fare di più per loro. Pochi giorni fa abbiamo ricevuto una richiesta di aiuto dalla struttura ed abbiamo deciso di scendere in missione per Pasqua per portare loro quello di cui hanno necessità.

    Le richieste che abbiamo ricevuto sono state per le seguenti cose:
    1. vestiti
    2. beni di prima di necessità
    Per questioni logistiche dovremo acquistare tutto in loco. Ovviamente documenteremo tutta la missione come sempre.

    Ogni goccia forma un mare… Con ogni piccolo contributo possiamo fare tanto.
    Sostienici in questa iniziativa, #aiutaciadaiutare effettua ora una donazione:
    – tramite un versamento su paypal: donazioni@weareonlus.org
    – tramite bonifico sul c/c di We Are Onlus Iban: IT02V0538702402000002154768 indicando come causale del versamento EROGAZIONE LIBERALE.
    Grazie mille a tutti coloro che ci aiuteranno.

  • La guerra in Siria è iniziata 7 anni fa. Pian piano la macchia del conflitto si è estesa sempre più fino a toccare l’intera regione. Si combatte ad Afrin, nel nord. Si muore anche nel Ghouta, a sud. E il numero dei bambini siriani che muore in questa guerra aumenta sempre più.

    Se volete ridurre la guerra a numeri, in vostro soccorso viene il sito IamSyria che ci porta i numeri reali ed aggiornati di questo conflitto. Solo nell’anno 2017 a perdere la vita sono state 11.321 persone. Ma a spaventarci di più deve essere il numero di morti collaterali, quelle dei civili: 10.204. Di questi 10 mila, 1.536 sono donne e 2.998 bambini siriani. Strappati ai giochi, strappati alla vita. Vittime che tutti dovremmo piangere.

    Poiché in questa guerra non c’è più un buono e nemmeno un cattivo, ma restano solo i cadaveri dei civili a terra, voglio analizzare per voi i dati di 3 giorni presi a caso dal calendario della morte.

    • 11 febbraio 2018: il network siriano per i diritti umani (SNHR) documenta la morte di 11 civili, inclusi 2 bambini e 2 donne. Di cui 9 sono i civili uccisi dalle forze del regime siriano, 2 da altri partiti.
    • 14 febbraio 2018. Buon San Valentino anche a voi. Quest’anno un regalo alternativo: le forze del regime siriano vi regalano 2 cadaveri di civili; le forze russe, più generose, abbondano a 4, inclusi quello di una donna e 2 bambini; non poteva certo mancare l’ISIS con l’uccisione di un civile.
    • 16 febbraio 2018: le forze del regime siriano uccidono 8 civili, tra cui 3 bambini e una donna; l’ISIS un civile; le forze curde un civile e un altro civile muore per mano di altri. In un giorno qualunque, 11 civili hanno perso la vita.

    Dal 2011 ad oggi, la Siria si è trasformata in un moderno banchetto all you can eat. Resistere alla tentazione di andare lì e sganciare una bomba è difficile. E così, accanto ai gruppi autoctoni come le forze del regime di Bashar al-Assad e la controparte ribelle, a questo banchetto partecipano anche la Russia, Israele, l’ISIS, la Turchia.

    Sì, la Turchia ha lanciato l’operazione Ramoscello d’ulivo e ha attaccato la zona siro-curda di Afrin, nel nord della Siria. Assad non è rimasto certo a guardare e ieri, 20 febbraio 2018, le truppe vicine al suo regime sono arrivate all’enclave di Afrin. Erdogan per tutta risposta ha coordinato una serie di bombardamenti aerei.

    I numeri di bambini che perdono la vita sotto le bombe nell’inferno siriano sono così elevati da aver lasciato senza parole persino le Nazioni Unite.

    “AMMAN, 20 Febbraio 2018- “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari.”
    L’UNICEF rilascia questo comunicato vuoto. Non abbiamo più parole per descrivere la sofferenza dei bambini e la nostra indignazione.

    Articolo di Lorena Bellano, Ultima Voce
    www.ultimavoce.it/bambini-siriani-guerra/