Progetti

  • Nelle immagini che vedete pubblicate sotto l’articolo vediamo i lavori di ristrutturazione dell’ambiente che verrà dedicato a palestra per i nostri bambini ospiti della Casa-Famiglia di Kilis, e per tanti altri bambini profughi che vivono nella cittadina turca. Attualmente il locale è stato ripulito, sono stati sistemati gli impianti e ora si sta lavorando alle pareti. Poi si provvederà alla pavimentazione. L’allestimento con attrezzature e giochi sarà l’ultimo passo e la nostra palestra sarà pronta ad accogliere i bambini e le bambine! Non vediamo l’ora di inaugurare la palestra , magari con giochi e capovolte, salti e acrobazie.

    La palestra è il primo step di un progetto più ampio : Progetto di supporto psicologico, che ha lo scopo di affiancare i bambini e le donne che dopo tanti anni di guerra e sofferenza necessitano di un percorso di sostegno.

    Di seguito il testo del progetto:

    SUPPORTO PSICOLOGICO a Kilis

    Ad opera di We Are Onlus

    Sin dalle nostre prime missioni in territorio siriano, la nostra attenzione si è soffermata sulla realtà dei bambini, che abbiamo sempre considerato la parte più vulnerabile di questo assurdo conflitto. Quasi tutti nostri progetti sono stati pensati per supportarli e fare in modo che potessero riacquistare un minimo di dimensione infantile che dovrebbe essere loro dovuta ovunque. Se pensiamo ai nostri figli, ai nostri nipoti, sappiamo che i bisogni primari sono l’istruzione, il cibo, l’abbigliamento consono alle varie stagioni dell’anno e, chiaramente la salute. Abbiamo impostato i nostri progetti facendo riferimento a queste priorità e tenendo conto anche dell’aspetto ludico, fornendo ai bambini alcuni giocattoli che ci hanno richiesto.

    Durante tutti gli incontri che abbiamo avuto in questi anni con chi si occupava di questi piccoli, abbiamo sempre avuto la consapevolezza che, pur essendo seguiti dal servizio sanitario turco, i problemi più grossi, quelli con cui probabilmente saranno chiamati a fare i conti più avanti negli anni, sono quelli legati alla psiche. Molti di questi bambini sono nati e cresciuti in guerra, hanno visto morire i loro padri e i loro parenti, hanno dovuto affrontare un esodo forzato per cui è impensabile che tutto ciò non lasci un segno nelle loro menti.

    L’anno scorso (Maggio 2018) siamo stati ospiti della manifestazione Chiarissima che si svolge a Chiari (BS) e abbiamo invitato ad un evento l’amico medico Mahmoid Kannas. È stato l’ultimo medico a lasciare l’ospedale pediatrico di Aleppo, che è stato bombardato nel novembre 2016. Essendo specializzato in pediatria ci ha confermato che i bambini siriani, sia quelli che vivono in Siria, sia quelli che sono fuggiti all’estero, hanno assoluto bisogno di sostegno psicologico adeguato per elaborare e superare i traumi che hanno dovuto subire.

    Durante la nostra missione natalizia del 2018, abbiamo incontrato il Dott. Mahmoid. Vive a Gaziantep e una volta alla settimana presta servizio in una struttura ospedaliera siriana. Grazie ai suoi consigli, abbiamo pensato di dare vita a questo progetto che abbiamo deciso di chiamare Psycological Support. Attualmente nella cittadina turca di Kilis vivono 93.000 cittadini siriani profughi; questo numero appare enorme se paragonato al numero dei cittadini turchi che sono 127.000. Per la maggior parte si tratta di donne vedove e bambini di ogni età e a loro è dedicato questo progetto. Con l’aiuto del Dott. Kannas e con la supervisione di Abducgali Alchawach, direttore dell’orfanotrofio di Kilis, abbiamo deciso di dare vita ad un ambulatorio psicologico presidiato da due medici specializzati in psicologia che avranno il compito di trattare circa 360 pazienti all’anno. Sempre su consiglio del nostro amico medico, abbiamo deciso che per essere efficace, il progetto dovrà avere durata di 24 mesi. La durata di ogni seduta sarà di 30 minuti e l’età dei bambini coinvolti andrà dai 5 ai 18 anni, mentre per le donne andrà dai 18 ai 60.

    I costi da sostenere che abbiamo previsto sono:

    1) Stipendio medico e assistente 2.700 lire turche al mese ovvero 450,00 euro;

    2) Affitto locale 2.100,00 lire turche al mese ovvero 350,00 euro;

    3) Arredamento locale (una tantum) 8.000,00 lire turche ovvero 1.335,00 euro;

    Per un totale di 10.900,00 euro per il primo anno e 9.600,00 per il secondo e un totale nel biennio di 20.500,00 Euro.

    ​L’associazione We Are si impegna a seguire la realizzazione del progetto e fornire ad eventuali sostenitori report mensili che documenteranno il numero di pazienti seguiti mensilmente

  • We Are Onlus si costituisce il giorno 11 settembre 2013 grazie alla volontà di 10 soci fondatori che decidono di aiutare i profughi siriani dopo aver visto con i propri occhi le condizioni di vita in un campo profughi ai confini con la Turchia.

    Partiti con solamente le quote sociali dei fondatori (500 euro) ci si è dedicati inizialmente alla raccolta di vestiario, scarpe, giocattoli, coperte farmaci e generi alimentari da spedire in territorio siriano tramite container. La decisione di concentrarsi sul riempimento di container è scaturita anche tramite scambi di informazioni e di consigli con un funzionario del ministero degli esteri italiano conosciuto durante una missione.Oltre alla raccolta di generi di prima necessità si è dovuto anche mettere in campo da subito una serie di iniziative per raccogliere i fondi necessari per coprire i costi di spedizione dei container, circa a 2.000,00 euro per ogni spedizione. Ad oggi abbiamo spedito 6container a pagamento (totale 12.000 euro) e uno contenente 21.000 kg di cibo spedito, raccolto in collaborazione con Rock No War Onlus e spedito gratuitamente grazie ai fondi messi a disposizione dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli interni. La merce raccolta per il riempimento dei container è derivata da donazioni da parte dei nostri sostenitori privati, da alcune ditte e, per quanto riguarda la maggior parte dei farmaci grazie ad un progetto denominato FARMACO AMICO che abbiamo siglato con la Fondazione Ant, la società Hera Spa  ed il comune di Bologna. Il cibo è stato invece raccolto grazie a collette alimentari organizzate nel 2014 grazie alla disponibilità dei supermercati COOP della provincia di Bologna e ai tanti volontari che hanno partecipato.

    Già dalla nostra prima missione effettuata nella cittadina di Reihanly nel novembre del 2013, è stato chiaro a tutti i soci che per dare un aiuto concreto al popolo siriano non sarebbe stato sufficiente spedire container contenente generi di prima necessità ma si rendeva necessario creare progetti più sostanziosi e, da subito, ci siamo messi al lavoro per la realizzazione di progetti di maggiore rilevanza tra i quali vogliamo ricordare:

    1) FEBBRAIO 2014 su segnalazione di collaborazioni in territorio siriano abbiamo deciso di acquistare 15 tende per famiglie che si trovano senza un tetto e di consegnare ad ognuna di loro un pacco alimentare.

     2) Nel mese di GIUGNO 2014 abbiamo inaugurato nella cittadina siriana di Azaz, in un edificio della Mezza Luna Rossa Siriana, una sala parto che potesse garantire alle partorienti un ambiente sicuro e pulito. Abbiamo provveduto ad una prima ristrutturazione dei vani, una messa in sicurezza del pozzo interno per il rifornimento di acqua e all’acquisto di un piccolo generatore di corrente, nonché di stufa, di 200 l di gasolio, per una spesa complessiva di € 1.100,00; mentre una incubatrice ci è stata donata da una generosa sostenitrice. Questo progetto partito nel mese di gennaio 2014 è stato finanziato con un Asta Benefica organizzata con il sostegno del Comune di Corte Franca (BS) e con raccolte fondi da noi effettuate tramite eventi benefici. Nei mesi successivi si è deciso di ampliare la struttura garantendo anche assistenza ostetrico-ginecologica. In questa struttura nel semestre giugno/dicembre 2014 sono venuti alla luce 133 bambini di cui 15 sono stati ricoverati per problemi di salute, sono state effettuate 2766 visite ginecologiche e visitate 1784 donne in stato interessante. Visti questi numeri abbiamo deciso di continuare a raccogliere fondi per garantire la sopravvivenza della struttura stessa (900,00 euro mensili) il cui mantenimento è stato garantito fino al 2018 quando il governo turco ci ha proposto di prenderne a carico il mantenimento.

    3) In agosto 2014 abbiamo effettuato una missione a Catania dove ci era stata segnalata la presenza crescente di profughi siriani che cercavano di intraprendere un viaggio in treno dalla stazione ferroviaria locale per raggiungere paesi del Nord Europa che assicurano loro condizioni dignitose di vita. Abbiamo dato vita ad un progetto che garantiva ai profughi una scorta di generi alimentari e farmaci di prima necessità per affrontare il viaggio e alcuni numeri di telefono da usare in caso di necessità dove avrebbero avuto assistenza da persone che parlavano arabo correttamente. Abbiamo cercato di contattare il Sindaco di Catania e l’assessore di riferimento per cercare di ampliare il progetto senza avere ottenuto risposta.

    4) Sempre nel mese d’agosto a Milano abbiamo sostenuto la fondazione Arca di Milano inviando due furgoni pieni di abiti e scarpe per adulti da distribuire presso il loro centro di prima accoglienza in via Zoia.

    5) Nell’autunno 2014 il nostro referente in Siria, volontario della SirianRedCrescent e collaboratore della Ong Francese Pour une Sirye Libre ci ha contattato per metterci al corrente che al nuovo ospedale che stavano costruendo, era necessario un generatore di ossigeno e abbiamo deciso di dedicare ogni nostra attività di raccolta fondi per realizzare questo acquisto. Il progetto si è chiuso poco prima di Natale e siamo riusciti a raccogliere la somma necessaria per l’acquisto dello stesso e cioè 4.500,00 euro. L’attrezzatura è stata acquistata e consegnata regolarmente.

    6) Sempre dall’associazione Pour un Sirye Libre ci è arrivata la richiesta per l’acquisto di un generatore di corrente anch’esso necessario per il nuovo ospedale e grazie ai soldi avanzati dalla raccolta per il generatore di ossigeno e alla donazione di un nostro benefattore siamo riusciti ad acquistare 3 generatori (uno da 50kwa uno da 25 kwa e uno da 15kwa) per un costo totale di 5.400.00 euro.Il progetto è stato realizzato e le attrezzature sono state acquistate ed installate e ne abbiamo avuto documentazione

    7) Avendo sempre avuto spirito collaborativo nel mese di dicembre abbiamo raccolto un SOS ricevuto da altre associazioni che operano in Siria e abbiamo contribuito all’acquisto di legna per riscaldamento da consegnare al campo di Bab al Salam dopo avere ricevuto notizie drammatiche sulle condizioni dei profughi.

    8) Nel mese di gennaio abbiamo lanciato sul nostro gruppo Facebook una raccolta fondi per la consegna di sacchi nanna per i neonati e per acquistare una gallina da uova per ogni famiglia. Siamo riusciti a consegnare 70 sacchi nanna con kit corredo nascita.

    9) Durante una missione in territorio turcoabbiamo consegnato 500 dental kit ad una scuola riservata a bambini siriani e, avendo visitato un campo profughi siriano palestinese collocato a pochi metri dal confine,abbiamo deciso di acquistare cibo,4 boiler, 1 lavatrice da 7 kg, palloni e saponi.

    10) Si è promossa una raccolta generi di prima necessità da inviare nelle zone colpite dal terremoto del 2016 in centro Italia.

    11) Progetto we are school


    Nel 2017 l’associazione ritenne di grandissimo beneficio allestire una scuola di primo grado per bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni in un campo profughi nelle vicinanze del confine turco-siriano.
    Il progetto ha garantito la realizzazione di 20 classi con circa 40 alunni per ciascuna. Il corso di studio è stato quello stabilito dal governo provvisorio della Coalizione siriana e utilizzato nelle scuole situate nelle zone non soggette al controllo del regime. Come struttura si è utilizzata una tenda solida.
    Le spese sono state:

    1. 1.500 dollari per avviamento, acquisto materiale come lavagne, tappeto erboso, materiale scolastico e riscaldamento.
    2. il budget mensile necessario al supporto dello stipendio per 10 insegnanti è di 1.500 dollari per la durata di una stagione scolastica di 9 mesi.

    Anche questo progetto è stato preso in carico dal governo turco che attualmente controlla questa zona.

    12)Centro childteal club.

     A seguito della richiesta del personale medico e paramedico supportato da We Are Onlus, la nostra attenzione si è focalizzata sui bambini bisognosi di cure speciali. Bambini con disabilità psicomotoria che necessitano di supporto costante, reso in Siria ancora più difficile a causa del protrarsi della guerra. Dopo aver trovato gli ambienti idonei, abbiamo eseguito un’accurata ristrutturazione, e nel marzo del 2016 e’ stato inaugurato il Centro Teal Club. Il centro consente l’assistenza psicomotoria e la riabilitazione gratuita a bambini diversamente abili ed a bambini che hanno subito ritardi nel linguaggio dovuti a traumi da guerra. Tenuto conto del numero considerevole dei piccoli utenti che necessitano di attività psicomotorie, il personale medico ci aveva comunicato la necessità di una palestra e altri spazi dedicati con attrezzature idonee che abbiamo realizzato.

    13) Progetto we are home

    We Are onlus ha avviato un nuovo progetto nel 2017 progetto sulla base delle richieste che i nostri referenti nella zona di Azaz ci sottoposero.
    I campi profughi che ospitano migliaia di profughi erano sovraffollati e le condizioni di vita molto difficili. I nostri referenti di zona ci riferiscono di situazioni drammatiche e, visto il troppo affollamento, la necessità di dover dividere in tendoni separati uomini da una parte e donne e bambini dall’altra, questo perché le tende non sono ormai sufficienti per ospitare gruppi familiari. Vivere in un campo è già molto difficile, doverlo fare separati dalla famiglia lo è ancor di più.


    Per migliorare tale situazione è stato realizzato  un programma di reinserimento sul territorio siriano di famiglie che andrebbero ad abitare appartamenti disponibili.
    La zona di Azaz nella quale We Are onlus opera, si trova al nord vicino al confine turco ed è prossima a molti campi profughi sovraffollati: i campi raccoglievano sfollati provenienti prevalentemente da Aleppo e anche dalle zone di Idlib al tempo colpita da quotidiani bombardamenti aerei.
    Ci è stata quindi inoltrata dal nostro referente il Dottor ZakaryaEbraheem la richiesta di sostenere il pagamento di affitti per poter consentire ad alcune famiglie di poter uscire dai campi in cui sono rifugiati. Ricordiamo che moltissime persone hanno perso tutto sotto i bombardamenti e garantire un anno di affitto pagato è certamente un sostegno concreto per offrire una nuova prospettiva.

    Abbiamo quindi dato vita al progetto garantendo l’affitto di 2 appartamenti:
    1° appartamento con 2 camere, cucine e bagno
    2° appartamento con 3 camere, cucina e bagno

    Questo progetto è terminato a gennaio 2019.

    14)Progetto we are Kilis

    Attualmenterisulta molto difficile operare con serietà e tranquillità al nord della Siria, dove abbiamo sempre concentrato i nostri progetti, quindi abbiamo deciso di dare vita ad un progetto di collaborazione continuativa con la Fondazione Fatih Sultan Mehamet con la quale da anni abbiamo creato progetti temporanei per aiutare gli orfani da loro ospitati nella cittadina Turca di Kilis dove questa fondazione assiste profughi siriani in particolare bambini e ragazzi orfani di padre.

    Vista la serietà di questa fondazione e grazie anche al facile raggiungimento della struttura che ci garantisce di poter documentare i nostri progetti nonché la facilità di scendere in missione personalmente abbiamo deciso appunto di dare vita a questo progetto comune che abbiamo chiamato #wearekilis. La fondazione gestisce e paga affitti di tre strutture abitative che ad oggi accolgono 20 nuclei familiari e 52 bambini con un costo mensile di 2500 euro: l’obiettivo di We Are Onlus è quello di partecipare al sostegno di questi costi mensili in maniera continuativa dando la possibilità alla fondazione di creare altre strutture abitative togliendo in questo modo altre famiglie di profughi dalla strada, tenendo anche conto del fatto che il governo Turco per garantire ai profughi di accedere al servizio scolastico e a quello sanitario richiede che gli stessi abbiamo una residenza fissa. Il nostro contributo darà la possibilità alla fondazione la possibilità di garantire quindi una residenza ad un numero maggiore di profughi.

    15) Progetto una gamba per Younes

     Younes, un bambino siriano di 8 anni, nato senza la gamba destra, ad Idlib in Siria.
    Younes e la sua famiglia sono fuggiti da Idlib nel 2013 in seguito al bombardamento della loro casa durante il quale molti dei loro parenti sono morti.
    La famiglia è composta da 2 adulti e 4 bambini. Vivono attualmente in Libia in condizioni tutt’altro che agiate.
    Younes, grazie all’interessamento dell’amica fotografa Isabella Balena, è riuscito ad ottenere un visto ed è arrivato in Italia ad Ottobre 2017 insieme al padre Mohamed dove, grazie alla preziosa disponibilità dell’Associazione  BIMBI IN GAMBA, fondata da Alex Zanardi  ha potuto avere la possibilità di avere una protesi (realizzata presso il centro Ottobock di Budrio), con la quale ha potuto camminare per la prima volta senza l’aiuto di stampelle e giocare perfino a pallone coi propri fratelli.

    La nostra associazione We Are Onlus ha coadiuvato questo bellissimo progetto ma l’attuale situazione in cui si trova la Libia rende di fatto impossibile fare arrivare Younes in Italia per l’aggiornamento della protesi ma stiamo cercando fi fare ottenere a lui e alla sua famiglia la possibilità di stabilizzarsi in Canada grazie ai programmi di UNHCR.

    16) Progetto we areLesvos

    We Are Onlus a gennaio 2019 ha avviato un nuovo progetto in collaborazione con l’associazione Refugee4refugees sull’isola di Lesvos (Grecia), per supportare i profughi accolti nel campo di Moria e accampati al di fuori di esso.

    Questo progetto è nato a seguito della missione svolta sull’isola nel mese di gennaio 2019 dalla nostra Vice Presidente, Lorella Morandi, ed altre 3 persone, sostenitrici di We Are.

    La collaborazione con l’associazione Refugee4refugees ha già portato alla raccolta di materiale medico/farmaceutico, di abbigliamento e giochi che sono stati spediti con container nel mese di maggio.

    Sempre in collaborazione con Refugee4refugees abbiamo invitato Omar Alashakal, il fondatore dell’associazione, alla manifestazione di Chiarissima 2019. I presenti alla conferenza hanno avuto una testimonianza diretta della drammatica situazione vissuta dai profughi bloccati nell’isola greca.

    Da subito We Are Onlus si è anche occupata di promuovere iniziative di dibattito e confronto, per sensibilizzare e informare riguardo al problema della guerra in Siria, agli sviluppi del conflitto ed alle emergenze derivanti.

    Abbiamo proposto la nostra mostra fotografica nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, e proposto la riflessione su libri a tema, promuovendo incontri con gli autori (La giornalista Francesca Ghirardelli con il suo libro “Solo la luna ci ha visti passare” e l’insegnante Alessandra Altamura con “Siamo gli eroi del circo”). Abbiamo lavorato anche con le scuole primarie sui temi della Pace, coinvolgendoGabo (Gabriela Calabrò), la clown umanitaria che da anni collabora con l’associazione

    -Sono state proposte varie serate di dibattiti e di presentazione libri (Gabriele del Grande: “Dawla”) e altre sono in fase di preparazione

    Dal 2016 siamo stati ospiti della manifestazione CHIARISSIMA (Chiari BS) e, in ogni edizione abbiamo proposto conferenze, alcune trasmesse da Radio Radicale, in cui sono stati portate testimonianze dalla Siria e dai campi profughi (Dottor Hatem, Omar Alshakal) e sono stati invitati giornalisti (Amedeo Ricucci) ed esponenti dei gruppi siriani in Italia (Feisal Al Mohamad), musicisti (Isaac De Martin e Ala Arsheed, duo italo-siriano), fotografi (Gabriel Tizon) e vari autori.

  • We Are Onlus ha avviato un nuovo progetto in collaborazione con l’associazione Refugee4refugees sull’isola di Lesvos (Grecia), per supportare i profughi accolti nel campo di Moria e accampati al di fuori di esso.

    Questo progetto è nato a seguito della missione svolta sull’isola nel mese di gennaio 2019 da Lorella ed altre 3 persone, sostenitrici di We Are.

    La collaborazione con l’associazione Refugee4refugees ha già portato alla raccolta di materiale medico/farmaceutico, di abbigliamento e giochi che sono stati spediti con container nel mese di maggio: costo della spedizione 1500 euro.

    Sempre in collaborazione con Refugee4refugees abbiamo invitato Omar Alashakal, il fondatore dell’associazione, alla manifestazione di Chiarissima 2019. I presenti alla conferenza  hanno avuto  una testimonianza diretta della drammatica situazione dei profughi: costo del biglietto aereo 334 euro.

    WeAreLesvos è un progetto che ha lo scopo di raccogliere le emergenze, che ci vengono segnalate dall’associazione che opera sull’isola e da Omar che possiamo contattare direttamente, e di intervenire nel modo più idoneo per We Are.

    Anche questo progetto è stato avviato dopo aver accolto l’emergenza e aver trovato sul posto partner affidabili e contattabili per avere rimandi sicuri degli aiuti inviati.

    WEARELESVOS

     

     

  • Il CORRIERE DELLA SERA parla in anteprima del nostro nuovo progetto #WeAreChristmas

    Babbo Natale si è fermato al confine. Quello tra Siria e Turchia. A Natale saranno i volontari della bolognese We Are Onlus a portare i regali ai bimbi di Kilis. Le letterine sono state recapitate sotto le Due Torri tre giorni fa. Scritte da bambini fuggiti dalla Siria, raccolgono desideri di lana e nuvole: vorrebbero vestiti e altalene, soprattutto. Belli aggrappati alle corde della realtà, sognano un futuro meno severo, al di là del muro.

    I desideri dei piccoli siriani
    Omar, Hassan e altri cinquanta ragazzini dai 2 ai 13 anni oggi vivono in una struttura che garantisce loro vitto e alloggio, quindi istruzione e sanità. Non è scontato, altri loro coetanei non hanno nemmeno un tetto sotto il quale stare. Sono arrivati dalla Siria, con le loro mamme, tutte vedove di guerra. Alcuni hanno conosciuto altri lutti ancora. Faisal ha perso la sorellina sotto le bombe, si chiamava Yasmin. Lo stesso è successo a Qais. Nel video che ha inviato a Bologna, pubblicato sulla pagina Facebook dell’associazione, Qais tiene stretta al petto la fotografia di una bimba con i cuoricini sulle calze e un sorriso lungo. Nelle letterine, che hanno scritto con l’aiuto dei grandi, questi piccoli angeli chiedono «pattini a rotelle» e «macchinine telecomandate», come «una giacca per l’inverno», «una bicicletta per andare a scuola», «un passeggino», «vestiti per me e mio fratello».

    L’impegno di We Are Onlus
    We are onlus sta organizzandosi per realizzare i loro desideri. L’associazione è nata cinque anni fa a Bologna e operava sul territorio siriano. «Da qualche anno però non è più possibile per noi entrare in Siria — racconta il presidente Enrico Vandini — per cui abbiamo deciso di concentrare i nostri sforzi a favore dei profughi che vivono in Turchia, con un occhio di riguardo per quelli che sono i bambini e gli adolescenti che consideriamo le vittime più indifese di questo e di tutti i conflitti in generale». È stato così fin dall’inizio. Nel 2013 l’associazione ha inaugurato ad Azaz, cittadina siriana a 30 chilometri da Aleppo, una sala parto che con il tempo è diventata anche ambulatorio pediatrico e ostetrico-ginecologico. Da allora la onlus ha lavorato ad altri progetti, tra cui l’avviamento di una scuola e la donazione di ambulanze, medicinali, strumentazioni ospedaliere. Poi sono arrivati gli angeli di Kilis che We are onlus desidera far crescere «e seguirli fino a quando non saranno in grado di affrontare la vita in maniera autonoma». Anche Vandini sarà sull’aereo che il 24 partirà dall’Italia per raggiungere la Turchia, pieno di regali. Approderà in quella città di confine, sulla strada per Aleppo. Per quei piccoli angeli arriveranno i doni e la rassicurazione che non saranno più soli, perché «questi piccoli sono diventati per noi una grande famiglia».

    #WeAreOnlus #iotivedo #WeAreKilis

    CORRIERE_DI_BOLOGNA_28_11_2018

    Ringraziamo per l’articolo la giornalista Francesca Blesio
    Leggi l’articolo completo su:
    https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/18_novembre_28/quelle-letterine-spedite-confine-86a81926-f2e6-11e8-9c93-d11ed18c6571.shtml?refresh_ce-cp

     

  • Quando 5 anni fa abbiamo deciso di metterci insieme e di fondare We Are Onlus eravamo preoccupati di non trovare abbastanza sostenitori per realizzare i tanti progetti che avevamo in testa. Avevamo anche sperato di lavorare in stato di guerra per cui di emergenza per pochi mesi per poi poterci dedicare a progetti che riguardassero la ricostruzione di questo magnifico paese fatto di tante persone da cui in questi anni abbiamo imparato davvero tanto. Credo che sia chiaro che non possiamo essere più che frustrati perché ancora ad oggi la situazione dal punto di vista dell’informazione è drammatica a dir poco.

    Quando abbiamo fondato We Are abbiamo deciso di fare tutto il possibile per fare conoscere ai nostri connazionali il dramma siriano perché eravamo convinti che il mancato interesse per questa causa fosse da imputare in primo luogo alla disinformazione. Siamo certi di avere fatto tutto il possibile ma dobbiamo prendere atto del fatto che ancora ad oggi la disinformazione è ancora uno dei principali responsabili di questa tragedia.

    Quando abbiamo fondato We Are non avremmo mai potuto immaginare che saremmo riusciti a coinvolgere in questo nostro progetto tanti sostenitori che con la loro generosità ci hanno permesso di realizzare tanti progetti di cui andiamo davvero fieri.

    Quando abbiamo fondato We Are era nostra intenzione donare: donare il nostro tempo e le nostre energie a questa causa, raccogliere beni da donare a chi ne aveva davvero bisogno e, a volte, anche solo un sorriso o un abbraccio a chi si sentiva abbandonato dal mondo intero. Siamo fieri di avere donato tanto, soprattutto grazie a voi ma ad essere sinceri abbiamo ricevuto tantissimo in cambio da persone che ci hanno fatto riscoprire valori che nel nostro quotidiano rischiano di andare perduti. Come ci è capitato di ripetere in tante occasione fare del bene aiuta a stare bene e ognuno di noi è testimone di quanto questo sia vera.

    Quando abbiamo fondato We Are non avevamo davvero idea che ci saremmo affezionati così tanto ai bambini che sosteniamo e alle loro famiglie tanto che ad oggi sono diventati, in un certo senso, come membri di questa grande famiglia. A giorni vi presenteremo un nuovo progetto creato per sostenere gli orfani ospitati presso il Centro di Kilis dove tante volte siamo scesi in missione in questi anni e cercheremo da farvi conoscere, se pure in modo virtuale ognuno di loro e delle loro famiglie. Come avrete occasione di verificare il progetto avrà lo scopo di sostenere ogni famiglia e di seguire ognuno di questi fanciulli fino a quando non saranno in grado di affrontare la vita in autonomia.

    Speriamo ma in fondo siamo certi che sarete disponibili a sostenere anche questo ultimo progetto e avremmo davvero piacere che nel, tempo chi tra di voi è interessato, possa scendere in missione con noi a conoscere di persona questa struttura e questi nostri piccoli amici.

    Grazie di cuore per quello che avete fatto nel corso di questi 5 anni e per quello che continuerete a fare: insomma grazie della fiducia che avete riposto in noi. Grazie da parte di ognuno di noi e grazie anche da parte di coloro che hanno beneficiato del vostro aiuto che in qualche caso è stato addirittura vitale.

    Enrico Vandini
    Presidente We Are Onlus

  • L’opera si riconduce a un evento reale avvenuto nel novembre 2005 ad Amman, capitale della Giordania. Una serie di attentati sincronizzati colpisce tre grandi alberghi di una catena americana, provocando morte e distruzione. In uno di essi soggiorna un gruppo di medici italiani invitati a partecipare a un congresso scientifico internazionale. Tra loro Sandra e Mansour, i protagonisti del manoscritto, fra cui nasce una storia d’amore. Sandra si ritrova nel freddo buio della notte sulle strade deserte della città, con ancora accanto la ragazza giordana che ha soccorso e che ha perduto il fidanzato nell’esplosione. Ferita nel corpo e nell’anima, ripercorre il tremendo vissuto in una dimensione avulsa da qualsiasi criterio di misura. Nel di cile percorso che entrambe le donne dovranno a rontare, avviene il salto temporale nelle loro storie personali antecedenti l’evento. Metabolizzare la morte è di cile ma accettare che sia la mano dell’uomo a provocarla è intollerabile. Condividere l’esperienza di un attentato terroristico può aiutare a superarne l’orrore?

    PAOLA MONTAGNER è nata a Treviso nel 1958 e da oltre metà della sua vita vive a Revere di Borgo Mantovano. Medico internista eclettico, mente curiosa, aperta alle innovazioni e alle terapie alternative scientificamente comprovate, ha sposato un collega di nazionalità siriana da cui ha avuto due figli. Sposare un uomo di cultura araba ha fortemente contribuito a sviluppare la sua sensibilità verso mondi diversi da quello a lei noto e verso il Medio Oriente in particolare.
    È da sempre un’avida lettrice, un’appassionata viaggiatrice e una scrittrice per diletto. Un voluminoso baule colorato contiene i suoi diari di viaggio; vorrebbe aggiungerne almeno un altro. Le sue esperienze e la sua creatività l’hanno spinta verso una nuova sfida: la stesura della sua prima opera letteraria. Ama associare all’immaginazione l’esercizio del pensiero, pertanto la sua narrativa è punteggiata da riflessioni sull’animo umano.

     

    Parte dei proventi derivanti dalla vendita del libro dell’amica Paola Montagner saranno devoluti a We Are Onlus per la realizzazione dei progetti in corso.

    Acquista ora la tua copia del libro su:

    Grazie di cuore a tutti coloro che ci aiuteranno con l’acquisto di questa lettura.

  • Man-tenere, ovvero tenere per mano: è l’obiettivo che si pone We Are Onlus ogni volta che avvia o sostiene un progetto a favore della popolazione siriana, in particolar modo dei bambini. Teniamo per mano la tutela dei diritti fondamentali dei bambini, tutti. Nelle giornate dell’11, 12 e 13 maggio 2018 We Are Onlus ha partecipato a Chiarissima 2018, Festival del Benessere e della Vitalità che si tiene annualmente a Chiari (BS) e che, in questa edizione, si poneva l’obiettivo di proporre buone pratiche per contribuire alla salvaguardia del Pianeta.

    In questo contesto si è inserita la tavola rotonda organizzata da We Are Onlus, portando l’attenzione sulla tutela di valori e diritti fondamentali che, in Siria, appaiono ormai in via di estinzione. Dopo 7 anni di conflitto la distruzione e la sofferenza hanno abbattuto ogni limite. Ma non la speranza. “Facciamo Germogliare la Speranza” era il titolo della conferenza, che aveva la duplice finalità di portare maggiore consapevolezza, attraverso le testimonianze di coloro che, direttamente o indirettamente, vivono il conflitto siriano e, contestualmente, raccontare esperienze e “buone pratiche” che possano contribuire fattivamente al miglioramento della qualità della vita di una popolazione, in particolar modo dei bambini, in grave sofferenza. Continuare a coltivare in loro ed in noi stessi la speranza di un futuro migliore attraverso azioni concrete è fondamentale.

    Uno dei protagonisti del convegno è stato il dott. Hatem, ex direttore del Children Hospital di Aleppo ed ora dell’Hope Hospital for Children di Ghandoura (nord di Aleppo, Siria), che ha raccontato la sua storia. Nel 2016 l’ospedale pediatrico di Aleppo è stato ripetutamente bombardato: a novembre 2016 ha cessato definitivamente la sua attività. Le immagini di quell’ospedale, dove i bambini venivano tolti dalle incubatrici messe fuori uso dall’ultimo bombardamento, hanno fatto il giro del mondo, così come il pianto disperato di una di quelle infermiere, Malak.

    Dopo un mese, Hatem ed il suo team hanno dovuto evacuare Aleppo est, non sapendo se e dove avrebbero potuto riprendere la loro attività. Per amore di tutti i bambini che avevano bisogno del loro aiuto, Hatem si è battuto per aprire subito un nuovo ospedale. Insieme ai suoi colleghi, ha lanciato un appello alle organizzazioni umanitarie internazionali, accolto da IDA (Independent Doctors Association) e CanDo. In poche settimane, oltre 5.000 persone hanno donato ed è nato il progetto People’s Convoy, un convoglio carico di attrezzature mediche partito da Londra per la Siria. Ad aprile 2017 è stato inaugurato il nuovo ospedale pediatrico a Ghandoura, nel nord di Aleppo, l’ HOPE HOSPITAL FOR CHILDREN.

    L’ospedale ha un reparto di terapia neonatale, terapia intensiva, incubatrici, degenza pediatrica, pronto soccorso pediatrico, area maternità, laboratorio analisi e farmacia che fornisce medicinali gratuiti. Nel primo anno di attività Hatem ed il suo team hanno curato oltre 16.300 bambini, fornito 47.600 consultazioni mediche e, solo negli ultimi 3 mesi, soccorso 120 di bambini colpiti da ordigni bellici. Il legame che unisce tutto il team con la popolazione locale ed i bambini ospiti è diventato davvero profondo. Perdere quest’ospedale, che ora ha bisogno di nuovi fondi per il suo sostentamento, significherebbe per migliaia di bambini l’impossibilità di accedere alle cure mediche e per molti di loro la morte. Per questo è stata lanciata una nuova campagna di raccolta fondi “Keep The Light of Hope on” (manteniamo la luce accesa sulla speranza) e garantire il proseguimento delle attività.  Le sofferenze e le tragedie apparentemente così lontane, che talvolta e solo per caso vediamo in TV, hanno volti e vite vere. Questi. La semplicità e l’autenticità delle parole di Hatem hanno commosso ed entusiasmato tutti noi che abbiamo avuto il piacere di conoscerlo e la platea che lo ha ascoltato.

    Sabato 12 maggio, Hatem ha inoltre incontrato i ragazzi della scuola media di Corte Franca (BS), che lo hanno accolto con grande calore, domande ed un interesse tangibile. Il team ed i bambini dell’Hope Hospital for Children hanno ricambiato il loro affetto con un disegno che rimarrà nei cuori di tutti coloro che hanno partecipato a quell’incontro.

    La speranza vera è stata la protagonista di queste giornate a Chiarissima 2018. Insieme al dottor Hatem ed al team di We Are, hanno partecipato:

    • Feisal Al Mohammed, medico siriano, residente a Roma da oltre 40 anni, portavoce dell’Ass. Siria Libera e Democratica, che non fa fatto mancare importanti spunti di riflessione. Alla domanda dal pubblico “cosa possiamo fare noi tutti, lontani dal conflitto, come possiamo aiutare?”, la sua risposta è stata emblematica. “La Parola”, quella che ognuno di noi può usare a propria discrezione, per comunicare in modo corretto, per trasferire concetti ed informazioni, per sensibilizzare chi ci sta vicino. Consapevolezza e vicinanza producono speranza e risultati tangibili.
    • Alessandra Altamura, autrice del romanzo “Siamo gli Eroi del Circo”: la vita di un ragazzo siriano fuggito dalla guerra e rifugiato a Madrin (Turchia), dove la scuola circense diventa strumento per restituire sorrisi “La guerra ruba i sorrisi e il circo li regala”.
    • Due artisti straordinari, Alaa Arsheed (violino, di origine siriana) e Isaac de Martin (chitarra) hanno suonato la bellezza della vita.”La musica è arte che mette in contatto, un linguaggio universale che è più forte del suono della guerra.. Quello che sogno è offrire speranza, trasmettere energia per fermare ciò che sta succedendo. Se la gente vuole farlo ci riuscirà” (Alaa Arsheed)

    L’evento è stato trasmesso in diretta da Radio Radicale ed è consultabile alla pagina:
    www.radioradicale.it/scheda/541265/facciamo-germogliare-la-speranza-testimonianze-dal-cuore-della-guerra-in-siria

    Alessia Arcolaci, giornalista di Vanity Fair ha intervistato il dott. Hatem. Di seguito l’articolo completo.
    www.vanityfair.it/news/diritti/2018/05/13/hatem-siria-ospedale-guerra

    We Are Onlus sostiene l’Hope Hospital For Children con IDA (Indipendent Doctors Association).
    Aiutaci anche tu con una piccola donazione:
    – tramite un versamento su paypal: donazioni@weareonlus.org
    – tramite bonifico sul c/c di We Are Onlus Iban: IT02V0538702402000002154768
    Causale: Erogazione liberale “progetto dottor Hatem”

    Visita anche il sito: www.candoaction.org/ida/light-hope

     

  • Quella che potete vedere nelle foto in fondo all’articolo è Masa, una bambina siriana che vive in una delle case di cui ci prendiamo carico col progetto #wearehome.
    La vedete così allegra e sorridente, ma è stata testimone e vittima degli attacchi chimici avvenuti pochi giorni fa.

    Quello che trascriviamo è la traduzione dell’articolo del giornale “The Times”, che racconta l’esperienza vissuta da Masa e la sua famiglia.

    Masa guardò suo padre scavare nella borsa di vecchi abiti fuori dalla sua tenda e tirò fuori la sua maglietta viola da vicino al fondo.
    “Senti l’odore,” disse, tendendomi la mano, con voce calma.
    “Dimmi, che odore ha?” Puzzava come una piscina.
    Il fetore del cloro è stato un retaggio dell’ultima notte di sabato, quando l’attacco chimico del regime del presidente Bashar al-Assad colpì la città natale di Masa, Douma, vicino a Damasco.
    Lo sciopero spinse la Gran Bretagna a lanciare attacchi mirati contro la Siria, insieme a Francia e Stati Uniti. All’inizio di ieri mattina, i loro attacchi aerei hanno colpito obiettivi di archiviazione, ricerca e militari. Mentre i missili volavano 3.000 sopravvissuti dell’atrocità chimica attesero in un campo nel nord della Siria, alla disperata ricerca della loro storia. Molti sono ancora malati: pallidi, svogliati e tossiti. I loro vicini e amici sono morti.

    Il Sunday Times è la prima organizzazione media occidentale ad incontrarli. Tutti hanno fornito testimonianze confermative che hanno indicato un attacco con un’arma chimica.

    Masa indossava la sua maglietta viola intorno alle 18 di sabato scorso. La sua famiglia si nascondeva in un seminterrato a Douma con 75 dei loro vicini, mentre aspettavano un’altra notte di bombe a botte lanciate dal regime di Assad.
    “Le bombe erano davvero forti quella notte”, ha ricordato la madre di Masa, Amani, 34 anni. “Erano così rumorosi, e ovunque c’era polvere.
    “Poi è stato tranquillo e abbiamo sentito due scoppi, ma non come qualcosa esploso. Proprio come qualcosa è caduto. Poi c’è stato un sibilo. “
    Due dei giovani del seminterrato si offrirono volontari per andare a vedere cosa stava succedendo. Alcuni secondi dopo, tornarono indietro di nuovo. “Gas! Gas! “Urlarono. “Tutti fuori!”
    Le persone nel seminterrato sapevano cosa avrebbe fatto il gas. Nel 2013, un attacco che l’ONU attribuì a missili contenenti agente nervino di sarin uccise almeno 1.400 nella vicina Ghouta.
    Amani non ha esitato. Afferrò Masa e corse verso le scale. Suo marito, Diaa, debole per il diabete, non poteva portare la sorella gemella di Masa, Malaz, così suo fratello la prese. Mentre Amani si arrampicava, vide il gas bianco e la polvere che le scorrevano oltre. Versò dell’acqua sulla bocca di Masa. “Il gas era piccante”, ha detto. “Piccante in gola come il peperoncino. Stavo vomitando e tossendo. Nessuno poteva respirare. Intorno a me, le persone stavano cadendo a terra”. Amani crollò, per un breve istante privo di sensi. Masa giaceva accanto a lei, schiumando agli angoli della bocca. “Tutto il mio corpo non ha funzionato”, ha detto Amani. “Quando salivo le scale, sentivo di perdere forza. Non potevo controllare il mio corpo. Stavo solo tremando tutto il tempo. Non c’era ossigeno.
    “Quando arrivò, l’edificio fu colpito da un nuovo giro di bombe. Suo marito e l’altra figlia non si vedevano da nessuna parte. Li trovò al secondo piano, crollò dopo aver inalato il gas, ma rimase cosciente. Era buio e la polvere e il gas si mescolavano in un miasma soffocante bianco. Le bombe stavano ancora precipitando fuori, facendo tremare la stanza.
    Nel panico uscimmo in strada. Fuori, i loro vicini stavano frugando, alcuni piangendo sui parenti che si agitavano per terra, con della schiuma bianca che ribolliva intorno alle loro labbra. Altri stavano gettando acqua su quelli ancora coscienti. Era l’unica cosa che sembrava aiutare. Amani ha telefonato ai vicini e agli amici per avvertire dell’attacco di gas. Ma per molti era troppo tardi. “Ci sono tre scantinati nella nostra strada”, disse singhiozzando. “Solo tre persone sono morte nel nostro, perché siamo stati avvertiti. Ma nel seminterrato accanto non hanno sentito il gas. Morirono tutti all’istante.”
    Soffocando e barcollando, Amani e la sua famiglia sono arrivati ​​in una clinica. E ‘stato sopraffatto da morti e morenti. I più colpiti sono stati i respiratori, ma la maggior parte è stata semplicemente spruzzata con acqua nella speranza che potesse essere d’aiuto. I gemelli, che riuscivano a malapena a respirare, ricevettero cure.
    “Ho visto un dottore. Ha iniziato a piangere perché aveva 40 pazienti che avevano bisogno di medicine ma aveva solo medicine per tre persone”, ha detto Ibrahim, (50 anni) un altro sopravvissuto che è arrivato alla clinica. Tutti i sopravvissuti a Douma intervistati dal Sunday Times hanno riportato gli stessi sintomi, che in alcuni casi sono durati per giorni: una sensazione di perdita di controllo degli arti, schiuma bianca alla bocca, tosse, vomito e intenso mal di testa. I medici dicono che si tratta di sintomi coerenti con l’esposizione al gas nervino. Si ritiene che le bombole di gas abbiano colpito almeno due siti separati a Douma, un quartiere del sobborgo di Damasco nella Ghouta orientale, che era stato assediato per 4 anni e mezzo. Tre testimoni non collegati dell’attacco nei pressi di al-Shuhada Square (dove viveva la famiglia di Amani) raccontano di un gas giallo che odorava fortemente di cloro che filtrava verso il basso prima di disperdersi in smog e polvere bianca. Tutti hanno riportato una sensazione acuta di bruciore alla gola e perdita del controllo del proprio corpo. Uno disse che il gas odorava di batterie per auto.
    “Quello che stanno descrivendo è il cloro e quello che sospettiamo è un agente nervino misto al cloro”, ha affermato Hamish de Bretton-Gordon, ex ufficiale dell’esercito britannico, esperto di armi chimiche e consulente di organizzazioni non governative in Siria. L’arma del gas nervino e del cloro contro i civili è vietata dal diritto internazionale. Questa è anche la conclusione di Ibrahim Reyhani, un volontario della Protezione Civile del Casco Bianco che ha vissuto l’attacco del sarin del 2013 su Ghouta e ha riconosciuto quello che stava accadendo mentre tentava di salvare le vittime sabato. “Non potevo avvicinarmi, non potevo aiutare nessuno perché il gas era così forte”, ha detto. “L’effetto del gas era come il sarin mescolato al cloro. Era lo stesso dell’attacco del 2013. Se è solo cloro, se lo senti, puoi scappare. Ma tu respira e ti uccide. ” Il mattino seguente, il gas si era ritirato e, indossando maschere antigas, lui e la sua squadra entrarono negli scantinati. Erano stipati di persone che si erano nascoste dalle bombe. Tutti erano morti. Bambini, donne e uomini, ammassati sul pavimento, membra aperte, bocche schiumanti.
    “Ci sono stati molti che sono morti sulle scale”, ha detto Reyhani. “Se fosse cloro, avrebbero potuto scappare. Ma sono morti dopo aver fatto solo pochi passi.” Alcuni dei corpi avevano ustioni tinte di verde per il bianco dei loro occhi. La loro pelle si staccò con un semplice tocco e chiunque toccasse i corpi iniziò a sentirsi male. Per decontaminarli, i White Helmets hanno chiamato un camion dei pompieri per radunare i cadaveri nelle strade. A metà mattina, il giorno dopo l’attacco, era iniziata l’evacuazione. Folle si sono radunate nel sobborgo in rovina per gli autobus che li avrebbero portati via dalle case alle quali si erano aggrappati per tanto tempo. Sono stati portati in un campo nel nord della Siria gestito da Afad, il disastro dello stato turco e l’autorità di gestione delle emergenze. File di tende bianche incontaminate ospitano famiglie che hanno perso tutto. Molti sono ancora malati, mentre altri soffrono di una continua contaminazione a causa dei propri vestiti e oggetti personali.
    Amani è stato ricoverata in ospedale giovedì, risentendo dei postumi dell’esposizione al gas. Le fu detto di lavarsi i vestiti.
    “Ci stavamo ancora ammalando a causa delle borse e dei vestiti che avevamo nel seminterrato”, ha detto. “Non lo sapevamo.”
    Altri che non sapevano del gas morirono.
    “Erano persone innocenti”, singhiozzò Amani. “Erano nostri amici. Sono diventati numeri, ma non lo sono. Sono civili e famiglie.”

    Potete l’articolo originale del giornale “THE TIMES” in inglese al seguente link:
    https://www.thetimes.co.uk/article/the-little-girl-whose-agony-set-the-west-on-path-to-war-gwv0d0rfl

    #aiutaciadaiutare

    Col progetto #WeAreHome stiamo cercando di aiutare più famiglie che possiamo e dare loro almeno un tetto in cui vivere, per poter riniziare una vita normale, per quanto possibile. Con anche un piccolo contributo possiamo fare tanto.

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    Grazie mille a tutti coloro che ci aiuteranno.

  • Sette anni di conflitto, sette anni di bombe, macerie, miseria e paura.

    I bambini in Siria continuano a essere le prime vittime innocenti di una guerra senza fine che alcuni davano per terminata e invece nelle ultime settimane ha visto un’intensificazione delle violenze, sopratutto nella zona di Ghouta. Mancano ormai i servizi fondamentali come scuole ed ospedali e i beni di prima necessità come cibo, acqua e medicine. Ora le vittime degli attacchi chimici stanno vivendo in un campo profughi allestito dalla Red Crescent per l’emergenza ad Azaz, ma passare l’estate torrida sotto delle tende in plastica può solo peggiorare le loro condizioni di salute.

    Per fronteggiare l’emergenza la nostra associazione ha contribuito ora con 2000 dollari per l’affitto di due appartamenti che daranno alloggio a due gruppi famigliari (di cui potrete guardare le foto in fondo all’articolo per una maggiore documentazione). Questo piccolo contributo aiuterà a migliorare per un po’ la qualità di vita di queste due famiglie siriane, ma riuscirà a sostenere solamente 5 mesi di affitto. Abbiamo ancora bisogno del vostro aiuto per garantire un futuro migliore a queste famiglie. Sappiamo di chiedere tanto ma possiamo e dobbiamo fare di più per aiutare molte altre famiglie bisognose di una casa.

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  • Si è svolta la “Missione di Pasqua” per la Onlus “We Are” che durante la giornata del 1 aprile è stata a Kilis, sul confine turco siriano, presso una casa famiglia locale per rifugiati siriani, portando aiuti ai bambini ospiti della struttura. Sono stati donati vestiti e beni di prima necessità per i piccoli ospiti della struttura.  Ho partecipato alla Missione pubblicizzando i lavori, riprendendo i momenti importanti e descrivendo ciò che avveniva.  Protagonisti della “Missione di Pasqua” sono stati il Presidente della Onlus We Are Enrico Vandini, la Vice Presidente Lorella Morandi e Firas Mourad, attivista e volontario della Onlus. La Onlus We Are è stata fondata da 10 volontari già coinvolti e presenti nell’aiuto verso i rifugiati siriani nei campi turchi e siriani. In particolare, la struttura ha sempre prestato attenzione ai bambini e alla loro educazione. “We Are” raccoglie aiuti finanziari e materiali, al fine di organizzare e inviare container ai campi profughi, dove gli stessi volontari hanno potuto osservare di persona la mancanza di beni primari ed essenziali per una vita dignitosa. Nel tentativo di comprendere come la realtà siriana vive la fuga dal conflitto e come i siriani tentano di organizzarsi per ritornare ad una vita dignitosa in Turchia, ho intervistato, grazie all’aiuto linguistico di Firas Mourad, il Direttore della Casa Famiglia per rifugiati di Kilis, la “Sultan Fathin Mehmet”, Abd Ulghan.

    1) Può descriverci lo scopo e l’essenza della struttura per rifugiati che dirige denominata “Sultan Fathin Mehmet”?

    La struttura è nata nel 2014 e attualmente è composta da circa 52 bambini e un numero di famiglie che varia tra le 13 e le 15 unità, famiglie le quali hanno perso tutte il capofamiglia. La nostra comunità è divisa in appartamenti separati all’interno di uno stesso palazzo dove le varie comunità di madri e bambini vivono. Siamo riusciti ad avviare anche un circuito lavorativo per alcune delle donne ospitate. Nella struttura vi è un laboratorio di cucito in cui vengono prodotti lavori in tessuto e viene insegnato, alla donne interessate, l’arte del cucito. La vendita di tali prodotti avviene attraverso un circuito di aziende turche che commissionano gli acquisti e noi ci occupiamo della manifattura e della produzione. In Turchia siamo ben integrati nel meccanismo istituzionale e sociale lavorativo e siamo in molti a tentare semplicemente di andare avanti nonostante tutte le difficoltà e la tristezza di vedere la propria nazione rasa al suolo.

    2) Come vi sentite a Kilis e che rapporto avete con la popolazione turca?

    Kilis è una città di quasi 200.000 abitanti, di cui 110.000 sono siriani e tale concentrazione multietnica ha permesso una nostra quasi totale integrazione con la comunità turca locale. Come siriano posso dire che sono stato accolto molto bene e il mio trattamento da parte delle istituzioni, con tutte le difficoltà che potete immaginare, è alla pari con i turchi. Per noi siriani rifugiati in Turchia è possibile anche avviare un processo burocratico per richiedere la cittadinanza turca, una volta soddisfatti alcuni requisiti legati alle procedure di controllo sul lavoro e sull’integrazione con la comunità locale.

    3) Lei, come guarda al domani e cosa augura ai siriani per il futuro?

    Come cittadino siriano mi auguro di poter tornare a vivere nella mia Siria, da uomo libero. Perché non posso vivere nel mio paese? Vorrei che l’Occidente imponesse la democrazia in Siria facendo capire al mondo seriamente cosa è Assad. Voglio essere ancora più preciso: non chiedo un intervento armato degli Usa nel territorio perché la storia attuale della nostra Siria insegna che con la violenza non si risolve nulla, vorrei che il mondo occidentale, a partire dagli Stati Uniti, chiedesse con forza alla Comunità Internazionale e alle potenze statuali di non sostenere più il regime di Assad, deliberando elezioni liberi e vere. Il mio sogno è quello di tornare a vivere serenamente la vita democratica siriana. Intanto, proseguo la mia azione in sostegno delle famiglie e dei bambini siriani in Turchia, qui a Kilis. Ho il dovere di ringraziare, con tutto il mio affetto e con tutta la mia riconoscenza, organizzazioni come la Onlus “We Are”, e persone come Enrico Vandini, Lorella Morandi e Faris Mourad, che permettono alla nostra comunità di poter continuare a vivere grazie al loro sostegno economico e materiale. Oggi, grazie alla missione di We Are, i nostri piccoli ospiti sono tornati a ridere e a scherzare, una spensieratezza rara da veder sui loro volti, comprando numerosi vestiti, giocattoli e dolciume. Ho anche una certezza: “We Are” non ci abbandonerà, con Enrico Vandini stiamo già lavorando ad una nuova missione per l’estate, inoltre non ci fermeremo con i nostri lavori artigianali in tessuto che vorremmo far conoscere anche agli italiani per poter apprezzare le nostre tradizioni nell’arte del tessuto e così, contemporaneamente, sostenerci e aiutarci.

    4) Mi parli della sua storia? Cosa ha vissuto da siriano?

    Sono stato un ospite delle carceri siriane di Assad. Per un anno e mezzo ho vissuto nei sotterranei di una prigione presente all’interno di un palazzo del governo ad Aleppo. La struttura è denominata “Prigione Palestina”, e qui ho subito una continua violazione della mia dignità come essere umano. Su di me e sui miei compagni di cella, nella nostra cella eravamo circa una quarantina, abbiamo vissuto forme di tortura come la privazione del sonno. Non avevamo nessun contatto con i legali, in Siria chi è in carcere non ha il diritto alla difesa, e dopo 5 mesi di carcere non avevo ancora idea del perché della mia presenza all’interno della struttura. Chi viveva peggio di me erano i miei parenti. Non potevano chiedere di me alle autorità locali, il solo chiedere, il solo pretendere di visitare e conoscere le mie condizioni poteva generare anche il loro arresto. Ho visto miei compagni di cella svanire nel nulla e non ricomparire più. Molti siriani, anche qui in Turchia, hanno paura, poiché l’unico strumento delle istituzioni di Assad che funziona impeccabilmente è quello della repressione e dei servizi segreti. In Siria chi non è d’accordo con le idee di Assad, viene zittito scomparendo nel nulla o divenendo ospite perenne delle patrie galere.

    Assad e le istituzioni siriane. Come sono viste da un siriano in fuga?

    Le istituzioni statali sono corrotte. Il regime vive dell’incrocio tra meccanismi distorti e malvagi di potere e repressione e in tale ottica il sistema funziona perfettamente. L’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad al Hussein, nel suo report annuale ha dichiarato, senza mezzi termini, che il regime di Damasco sta programmando in Siria un’altra “apocalisse, con la complicità dei Paesi alleati, Russia e in Iran in particolare”.  Le forze governative siriane e le milizie fedeli al regime Shabiha si sono macchiate entrambe di gravi crimini di guerra. Anche i ribelli siriani che combattono il regime di Bashar al Assadhanno commesso violazioni, ma le loro responsabilità «non raggiungono la gravità, la frequenza e l’intensità» di quelle dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane, secondo il rapporto di 102 pagine presentato da Paulo Pinheiro, capo degli investigatori sui diritti umani delle Nazioni Unite. «La Commissione ha trovato fondati motivi per ritenere che le forze governative e gli Shabiha abbiamo commesso omicidi e torture, e gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, inclusi omicidi illegali, arresti e detenzioni arbitrari, violenze sessuali, attacchi indiscriminati, saccheggi e distruzione di proprietà», si legge nel documento che fa luce sullo scenario della guerra civile siriana.

    Articolo di Domenico Letizia, Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale e componente del Consiglio Direttivo della ONG “Nessuno Tocchi Caino”, pubblicato per il quotidiano “Cronache di Napoli”.