Progetti

  • Questo anno non siamo riusciti ad organizzare un incontro per festeggiare il nostro quarto compleanno.
    Sperando di essere perdonati abbiamo pensato di condividere un riassunto di quanto siamo riusciti a realizzare, grazie a Voi, in questi 4 anni.
    Buon compleanno We Are Onlus e grazie a tutti voi!

     

  • We Are Onlus comunica che il progetto scuola nel campo profughi di Alnour verrà proseguito sotto il patrocinio del governo turco che si assume l’incarico di tutti gli oneri relativi al personale insegnante, alle attrezzature e ai materiali necessari per il buon funzionamento della scuola

    We Are avrà un rimando delle attività svolte tramite i referti in loco.

    A tutti coloro che hanno permesso la nascita e la concretizzazione di questo grande progetto We Are porge sentiti ringraziamenti e comunica che sono in partenza altri progetti che, come sempre nascono dalle richieste che accogliamo in loco, e che continuano i progetti già esistenti:

    • Progetto per sostenere le mamme e i bambini dell’orfanatrofio di Killis ( verrà meglio definito con un comunicato a parte)
    • Sala parto e centro neonatale per la maternità e l’infanzia ad Azaz
    • Child hood teal club, la scuola per i bambini con bisogni educativi speciali, ad Azaz.

    Continua a sostenerci per poter realizzare questi ed altri progetti:

    • donando tramite PayPal all’indirizzo donazioni@weareonlus.org
    • bonifico bancario sull’IBAN IT02V0538702402000002154768
  • Anche quest’anno durante abbiamo deciso di scendere in missione nel mese di agosto per portare soccorso ai bambini che seguiamo da quasi due anni e che vivono a Kilis: quasi tutti senza padre e con solamente le rispettive madri a prendersi cura di loro. Siamo andati in missione per portare giocattoli didattici che abbiamo raccolto grazie alla generosità dei nostri tanti sostenitori e come già accaduto in passato siamo andati assieme a loro ad acquistare vestiti. Speriamo ma non abbiamo la certezza che le foto scattate durante la nostra visita possano trasmettere tutto l’affetto che si è creato durante quei momenti per cui crediamo sia giusto raccontarvi qualcosa di questa esperienza che per coloro che vi hanno partecipato sarà indimenticabile. Come già capitato quando siamo scesi a Pasqua e molte delle bambine ci avevano chiesto di ricevere vestiti da principessa anche questa volta alcune di loro sono state colpite da vestiti un po’ particolari che non si possono certo indossare tutti i giorni e le madri, dimostrando grande senso pratico, hanno messo il veto su questi vestiti cercando di convincere le loro figlie a scegliere qualcosa di più pratico. Una bambina però ha deciso di perseverare e alla fine la madre è stata convinta ad assecondare questo desiderio: rimaneva il problema di come accontentare quella che è la sua migliore amica la cui madre risultava più risoluta che mai senza dare l’idea di volere scavalcare la decisione della madre. Dobbiamo dire che non è stato difficile: è bastato uno scambio di sguardi tra noi, la madre e la figlia con qui abbiamo fatto capire che per noi non ci sarebbe stato problema di spesa (10 euro circa) per cercare di regalare un attimo di felicità e la madre ha subito dato il suo assenso. Non crediamo sia necessario essere fini intenditori dell’animo umano per capire il motivo per cui queste bambine/ragazze sono così attratte da abiti principeschi che probabilmente le fanno vivere in una dimensione di sogno così tanto distante dalla loro quotidianità e noi siamo convinti che non ci sia nulla di male, anzi… Un altro episodio che ci ha molto commosso riguarda un ragazzino di nome Kamis che ogni volta che ci vedeva scappava e si nascondeva e non si lasciava mai prendere e questa volta ha messo in pratica lo stesso tipo di gioco con i nostri volontari che però si sono organizzati bene e sono riusciti a “catturarlo” e a prenderlo in braccio. L’idea è che Kamis non aspettasse altro vista la beatitudine che ha dimostrato una volta che è stato preso in braccio dal nostro presidente che si aspettava che il bambino scalciasse o volesse scendere subito per tornare a giocare. A nostro parere questa immagine è una delle più significative di questa missione perché ci ha dato conferma di quanto sia importante la nostra presenza fisica per questi bambini e per le loro famiglie che hanno sì bisogno di aiuto materiale ma, probabilmente anche ci una vicinanza, di una presenza. Dopo avere provveduto a vestire i nostri piccoli amici siamo andati a visitare un piccolo ambulatorio tessile creato dalla stessa associazione che gestisce l’orfanotrofio allo scopo di dare la possibilità di lavorare alle tante donne che altrimenti non ce la farebbero ad andare avanti senza essere sfruttate. Probabilmente troveremo un accordo con loro per realizzare qualche capo da potere vendere in Italia destinando il ricavato al sostegno della loro associazione. Dopo tante emozioni abbiamo deciso di terminare la giornata cenando con i nostri amici e le loro famiglie in uno spiazzo situato sulla collina di Kilis, di fianco ad una Moschea da cui si poteva intravvedere il confine con la Siria e il territorio siriano con la città di Azaz in lontananza ma tutto sommato davvero vicina e anche questo è stato un momento di grande commozione. Essere così vicini al nostro ambulatorio pediatrico e alla nostra sala parto creati con il vostro supporto e non potere andare a conoscere, ad abbracciare e ringraziare coloro che vi operano è stato a dir poco frustrante ma poi sono arrivati i bambini con la loro spensieratezza (relativa a dire il vero) e la loro voglia di giocare e fare foto per cui l’allegria ha preso il sopravvento fino al momento dei saluti che invece ha portato un po’ di malinconia ma non tanta perché tanto lo sanno che non li abbandoniamo, lo sanno che appena possibile ritorneremo da loro. Tante sono state le cose che abbiamo portato ma altrettanto anzi di più è quello che ci siamo riportati a casa a livello emozioni e sentimenti. Questo è il bello di queste missioni in fondo.

    Enrico Vandini
    Presidente We Are Onlus

  • “Tempo fa vidi un documentario nel quale venivano intervistati cittadini tedeschi che asserivano che durante l’olocausto loro non si fossero accorti di quello che realmente stesse accadendo: queste testimonianze mi hanno molto colpito in quanto mi risultò davvero difficile pensare che una tragedia così epocale si sia compiuta senza che in tanti ne fossero consapevoli. Mi parve e ancora mi pare impossibile ma ho creduto alla buona fede di quelle persone e non so se sia stato per convinzione o semplicemente preferivo farlo.
    Non ho vissuto la seconda guerra mondiale così come non ho vissuto le lotte dei neri in America per rivendicare i loro diritti: sono però certo che non sarei rimasto indifferente. Ho vissuto la guerra in Jugoslavia e non ho nessuna difficoltà ad ammettere che non ho dedicato a quella tragedia le stesse energie che sto spendendo in difesa del dramma del popolo siriano: forse ero giovane e sciocco o forse perchè non ho partecipato attivamente alla tragedia di quel popolo e non mi sono recato di persona sul posto. Non so davvero spiegarmene il motivo. La tragedia siriana invece mi ha preso da subito come un colpo forte alla bocca dello stomaco: prima in Italia leggendo le frammentarie notizie di questi giovani eroi che scendevano in piazza armati di fiori per cercare di cacciare una dittatura crudele e sanguinaria che regnava da anni indisturbata grazie ad un numero impressionante di servizi segreti che creavano nella popolazione un clima di terrore puro. Poi è arrivata l’esperienza della prima visita in un campo profughi dove con un gruppo di amici siamo arrivati carichi di beni di prima necessità da donare a chi era costretto a vivere in quelle condizioni. Pensavo che vivendo così direttamente una tragedia fosse impossibile girarsi poi dall’altra parte convinto che lo stesso effetto che quell’esperienza aveva fatto scattare dentro di me potesse essere trasmessa con immagini, testimonianze e racconti al mondo intero.
    In questi anni ho cercato di fare quanto possibile per dare voce e aiuto a quel popolo: insieme ad altri amici abbiamo fondato una associazione che ha spedito container di aiuti, abbiamo dato vita ad una sala parto che con il tempo è cresciuta, stiamo sostenendo un centro per bambini con problematiche particolari. Abbiamo dato vita ad una scuola in un campo profughi per un anno scolastico e abbiamo voluto che ai bambini fosse garantita una istruzione anche nel periodo estivo avendo visto di persona come vivono i bambini all’interno di un campo.
    Ho cercato di dare voce al popolo siriano raccontando il loro dramma, la loro meravigliosa dignità e anche la loro paura di raccontare al mondo cosa è successo, cosa sta succedendo nel loro paese. Sì, proprio così; non si può parlare di Siria senza tenere conto di questo aspetto: un popolo abituato a vivere nel terrore di essere arrestato e torturato solo per avere espresso un idea rimane terrorizzato e anche se lontano dalla propria terra non si sente al sicuro e non parla liberamente. Per non parlare di coloro che sono riusciti ad arrivare in Europa ma hanno comunque paura di raccontare la realtà perché temono per l’incolumità dei loro amici o parenti che in Siria sono rimasti. Inizialmente questa paura mi faceva arrabbiare anzi “incazzare” è il termine giusto ma alla fine sono riuscito se non a giustificarla a comprenderla: se cresci e vivi in un paese governato da servizi segreti feroci dove il libero pensiero è punito severamente e dove anche in famiglia non è permesso parlare contro il regime probabilmente rimani segnato per sempre e persone come me che non hanno vissuto questa sorta di tortura psicologica non possono senz’altro capire. Ho sempre cercato di indurre gli amici siriani a testimoniare gli abusi e le violenze subite perché credevo, anzi, mi illudevo, che la società civile italiana e non solo davanti a testimonianze dirette reagisse e si mobilitasse. Dico illudevo perché ho scoperto che per quanto si possa testimoniare, portare immagini, raccontare questa tragedia umanitaria lascia indifferenti i più: anche coloro che fino a pochi anni fa si schieravano contro guerre e ingiustizie in ogni parte del mondo. Coloro che facevano del rispetto dei diritti umani la loro bandiera si sono ammutoliti e così i partiti che in qualche modo hanno sempre sostenuto questi movimenti e di conseguenza questi ideali. In questi giorni si continua a parlare di emergenza migranti e come spesso capita nel nostro paese ognuno per un attimo di notorietà o per calcolo politico si sente in dovere di dire la sua. Siamo così costretti a leggere e ascoltare persone che non sanno neppure di cosa si stia parlando pontificare come se avessero il dono del sapere in esclusiva mondiale. Nessun libero pensatore che invece commenti la visita della Mogherini in Iran che si è spesa a parlare di accordi economici senza spendere una dico una parola sul ruolo dell’Iran nel conflitto siriano o sui diritti umani che in quel paese sono calpestati da sempre nel silenzio mondiale. Nessun risalto è stato dato alle parole con cui Carla Del Ponte ha rassegnato le dimissioni dalla commissione di inchiesta Onu sulla Siria.
    Con grande tristezza mi chiedo cosa posso fare io davvero se rimangono inascoltate parole di questo spessore?
    Una cosa però posso e voglio dire: un domani, quando la verità sulla Siria uscirà in tutta la sua drammaticità non fatevi sentire da me dicendo “ah non avevo idea”. Voi che mi siete amici nella vita e su Facebook potete non accettare questa mia battaglia, potete non sostenere la associazione che presiedo perché è giusto che ognuno sia libero di gestire sia i suoi denari che le proprie idee ma, per carità, non dite mai che non avevate idea di quanto sta accadendo. Ai tempi dell’olocausto non c’era internet, non si vedevano video né si potevano avere testimonianze dirette ma al giorno d’oggi le cose sono molto diverse per cui l’ignoranza credo davvero non sia ammessa né tantomeno tollerata, chiamiamola con il suo nome esatto INDIFFERENZA.”

    Enrico Vandini
    Presidente We Are Onlus

  • Mancano esattamente 7 giorni alla partenza per la missione e nonostante il caldo e la stanchezza lavorativa siamo davvero moto carichi.
    Dobbiamo ringraziare tutti voi per la generosità dimostrata e quella che dimostrerete nei prossimi giorni.
    I tre misuratori di pressione sanguigna sono stati donati  molto velocemente e nonostante il periodo estivo abbiamo ricevuto un buon numero di giocattoli. Ora in questa ultima settimana siamo a chiedervi un ulteriore sforzo: come anticipato servono tablet per il bambini del Child Teal club.
    Questa mattina abbiamo fatto una ricerca su uno dei maggiori siti di vendite on line e ne abbiamo trovati a 55,00 euro che ci rendiamo conto non siano pochi ma sarebbero comunque ben spesi visto che potrebbero essere di grande aiuto per questi bambini afflitti da problematiche particolari. Come poi ben sapete abbiamo anche deciso di accompagnare i bambini dell’orfanotrofio ad acquistare vestiti in loco visto che la fondazione che li segue si può limitare a garantire loro vitto e alloggio viste le esigue entrate. Tante volte vi abbiamo detto in maniera sentita che il mare è fatto da tante piccole gocce per cui non contiamo su grandi donazioni da parte di pochi eletti bensì su piccole donazioni ma da parte di tante persone dal cuore grande. Per donazioni e di tablet e giocattoli potete contattare Enrico Vandini, Firas Mourad e Lorella Morandi che sono coloro che porteranno un pò di gioia in questa sentita missione di Agosto.

    Chi vuole contribuire economicamente può:
    – effettuare un versamento su paypal: donazioni@weareonlus.org
    – bonifico sul c/c di We Are Onlus Iban: IT02V0538702402000002154768 indicando come causale del versamento EROGAZIONE LIBERALE – MISSIONE AGOSTO 2017

    Grazie a tutti coloro che decideranno di collaborare da parte nostra e, soprattutto da parte dei  nostri piccoli amici. Grazie davvero.

  • Vi ricordate questi volti?
    Sono i bambini ospiti dell’orfanotrofio di Kilis e chi ci segue senz’altro ricorderà che a Pasqua alcuni di noi sono scesi in missione per portare loro quello che ci avevano richiesto esaudendo così i loro desideri. L’esperienza è stata più che positiva tanto da essere stata riportata anche da alcuni quotidiani e la gratitudine che i bambini ci hanno espresso ha ripagato abbondantemente la fatica del viaggio. Sempre chi ci segue saprà che da tempo supportiamo anche il Child Hood Teal Club che opera nella cittadina siriana di Azaz occupandosi di bambini e ragazzi con problemi “speciali” causati dalla guerra ma non solo.
    Entrambe le strutture ci hanno contattato per chiederci aiuto per cui abbiamo deciso di scendere in missione ad agosto per potare loro quello di cui hanno necessità.
    Con la speranza che decidiate di aiutarci nella raccolta siamo a condividere con voi le loro richieste:

    1) TABLET E GIOCATTOLI DIDATTICI (per aiutare nella formazione dei fanciulli)
    2) 3 MISURATORI DELLA PRESSIONE SANGUIGNA
    3) VESTITI PER I BAMBINI OSPITATI

    Abbiamo deciso di portare dall’Italia i tablet, i giocattoli e i misuratori della pressione mentre per questioni logistiche ma non solo i vestiti li acquisteremo in loco.
    Chi volesse sostenere questo progetto, che come nostra consuetudine verrà ampiamente documentato, può contattare coloro che si recheranno in missione ovvero Alessandro Vincenzi, Enrico Vandini e Lorella Morandi per la consegna di ciò che andrà portato dall’Italia.
    Chi invece volesse contribuire economicamente può:
    – effettuare un versamento su paypal: donazioni@weareonlus.org
    – bonifico sul c/c di We Are Onlus Iban: IT02V0538702402000002154768 indicando come causale del versamento EROGAZIONE LIBERALE – MISSIONE AGOSTO 2017
    Grazie mille a tutti per la collaborazione,

  • We Are Onlus supporta dal 2014 un centro medico nel cuore storico di Azaz, a 25 km da Aleppo.
    Abbiamo un ambulatorio pediatrico ed uno ostetrico ginecologico con sala per parti di emergenza.
    Viene impiegato personale medico e paramedico locale.
    Abbiamo dato priorità a progetti come questo, di cui l’intera comunità locale potesse beneficiare, in modo completamente gratuito.
    Con particolare cura e riguardo per bambini della prima infanzia. Di seguito potete trovare i dati statistici di alcuni mesi dell’anno corrente della clinica.

  • Vogliamo raccontarvi la storia di una bambina dolce e talentuosa, ospite del Childhood Tale Club di Azaz.
    In questi mesi ci siamo molto affezionati a lei avviando con successo anche un piccolo progetto.
    Il suo nome è Rama.

    Le abbiamo chiesto di scrivere una lettera al resto del mondo, per spiegare cosa significhi vivere in guerra.
    Ecco di seguito il testo originale scritto da Rama:

    My name is Rama
    I’m twelve years old and I suffer from a disease it’s make my skin always Burned disease
    I was before leaving in Aleppo, our house was very nice and there was in Our street is a park
    and I was planning with my friends.
    Because of the shelling of Aleppo we escape from our house to live in camp
    In the tent very hot and my disease be more bad.
    I live now with my mother and sister in the small tent, it’s without walls and roof .
    During winter in the camp always there is mud and it’s very cold
    There is no park in the camp and l like Drawing and colors
    I wish the war end and we came back to our house.

    La traduzione:
    Ho dodici anni e soffro di una malattia che rende la mia pelle sempre bruciata
    Prima vivevo ad Aleppo, la nostra casa era molto bella
    e c’era nella nostra via un parco dove giocavo con i miei amici.
    A causa dei bombardamenti ad Aleppo, fuggiamo dalla nostra casa per vivere in campo
    La tenda è molto calda e la mia malattia peggiora.
    Ora vivo con mia madre e mia sorella in una piccola tenda, è senza muri e tetto.
    Durante l’inverno nel campo c’è sempre fango ed è molto freddo
    Non c’è un parco nel campo e mi piace il disegno ed i colori
    Auguro la fine della guerra di poter tornare a casa nostra.

    Questi sono alcuni dei bellissimi disegni che ha realizzato a scuola e le foto della realizzazione della lettera che avete potuto leggere.

  • Spesso leggiamo e sentiamo usare parole bellissime quali accoglienza, carità, solidarietà che però rischiano di rimanere solo belle parole dette e scritte solo per fare bella figura o per lavarsi le coscienze mentre la quotidianità del mondo è tutt’altra. Tutti forse si rendono conto del dramma del popolo siriano e di quanti sono coloro che hanno perso tutto e si sono messi in viaggio per cercare di rifarsi una vita in paesi dove hanno qualche appoggio che può essere un gruppo di amici o qualche parente lontano. Già il fatto di avere perso tutto ed essere costretti a rifarsi una vita in un paese che non è il proprio, dove si parla una lingua che non è la propria e dove le usanze sono molto diverse credo che si di per sé difficoltoso. L’atteggiamento delle istituzioni e degli enti che trattano con questi drammi dovrebbe tenere conto di quello che queste persone hanno subito e quello che ci si aspetta sarebbe in fondo solo una dose maggiore di sensibilità. A volte invece sembra che il ragionamento sia esattamente il contrario ovvero “ne hanno già passate tante cosa vuoi che sia una ingiustizia o una mancanza di tatto in più?” e questo atteggiamento mi pare da cambiare da subito! Se ci si rende conto che hanno vissuto esperienze drammatiche, che sono costretti ad allontanarsi dalle proprie famiglie e che a volte hanno conosciuto il carcere e le torture mi pare davvero il minimo cercare di trattarli con una sensibilità maggiore che chi è chiamato a coprire alcuni ruoli deve per forza avere. Lo scrivo perché troppe volte mi è capitato di vedere rifugiati andare in crisi per atteggiamenti che probabilmente non avrebbero conseguenze su persone con esperienze di vita normali ma che invece rischiano di fare soffrire chi, come loro, non ha avuto questo privilegio. Non dovrebbe essere difficile scrivere leggi che abbiamo buon senso e soprattutto applicarle con altrettanto buonsenso pensando che quei ragazzi, quegli adulti, quegli anziani potrebbero essere i nostri figli, i nostri padri o i nostri nonni e che con la nostra indifferenza abbiamo già lasciato che venisse tolto loro quasi tutto. Bisognerebbe fermarsi e pensare come ci siamo comportati di fronte a questo dramma: lo abbiamo ignorato e quando siamo stati costretti a non poterlo più ignorare abbiamo fatto anche di peggio ovvero abbiamo pagato la Turchia affinchè non facesse arrivare in Europa queste persone. Abbiamo quindi deciso di obbligarli a vivere dove vogliamo noi mentre il loro paese viene occupato da chi fin dall’inizio si è reso complice di questa mattanza. Durante la mia ultima missione in Turchia ho poi avuto modo di vedere con i miei occhi come chi fugge dalla Siria venga accolto e di fronte a questa realtà mi sono prima vergognato come cittadino europeo e poi indignato. Non ho più l’età per essere un sognatore e quindi non mi illudo di potere cambiare la storia né di fare ragionare quelli che, inspiegabilmente, tra l’altro, vengano chiamati i “grandi della terra” mentre spesso la loro fama è legata alla loro ottusità ovvero alla loro piccolezza. Non riuscirò a sanare questa tragedia umanitaria e le persone che grazie a We Are Onlus riusciremo ad aiutare saranno una piccola parte di quelli che avrebbero bisogno di aiuto, di non sentirsi abbandonati e questa consapevolezza mi, ci fa soffrire, ma d’altronde andiamo fieri del fatto che da quando abbiamo avuto coscienza di questo dramma ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto tutto quello che siamo riusciti a fare, abbiamo ideato progetti che grazie al sostegno delle tante persone di cuore che ci seguono sono andati a buon fine e vogliamo sperare che abbiano, anche se solo per poco, abbiano fatto la differenza per chi ne ha beneficiato. Speriamo anche di avere operato e di operare in futuro con il rispetto e la sensibilità che i nostri interlocutori meritano per cercare di ovviare anche se solo minimamente alle mancanze delle istituzioni e di questo mondo in cui spesso ci sentiamo estranei. Solo grazie alle tante persone che sostengono i nostri progetti e quindi non ignorano questo dramma riusciamo a volte a fare la pace con questa triste realtà.

    Enrico Vandini
    Presidente We Are Onlus

  • In questi giorni vorrei avere una sorta di “manuale del volontario” da regalare ad alcuni colleghi e colleghe che, come me, si occupano dei profughi di guerra. Nel corso degli anni, ho incontrato molte tipologie di volontari ma, recentemente, si stanno presentando fenomeni nuovi sui quali occorre riflettere tutti. Il rischio è che esperienze ambigue e situazioni che dipendono da definizioni non chiare del proprio compito, che alcuni manifestano, possano risultare snervanti e demotivanti anche per gli altri, per chi invece interpreta il volontariato come “pura” relazione di aiuto. Sembra ovvio: il volontariato è una relazione di aiuto. Punto. Eppure, tra il/la volontario/a e il profugo a volte possono instaurarsi rapporti confusi, falsi, equivoci.
    Talvolta mi chiedo se esista un modo “giusto” e uno “sbagliato” di agire del volontariato. Che cosa serve e che cosa, invece, è meglio non fare? Non dire o dire assolutamente? E quando, soprattutto! Il tempismo delle parole e la scelta stessa delle parole sono fondamentali nell’instaurare una relazione di aiuto. Ovviamente, assieme a tante altre dimensioni, pensate e agite: quanto sarebbe utile poter discriminare i comportamenti e gli atteggiamenti in modo netto! Tuttavia, l’idea di un “manuale per il volontario” è un po’ forte. Dà l’impressione che esista una “ricetta”, un “formulario” dei passi da compiere indipendentemente dal contesto e dalle persone che sono coinvolte, però sarebbe comodo, soprattutto per aiutare chi inizia adesso il suo percorso in questo mondo, e che rischia di fare errori devastanti. Forse allora è meglio ragionare insieme sull’ “etica del volontario”.
    Un primo passo per far partire una riflessione in comune potrebbe essere quello di fare tesoro degli errori visti in questi anni, e di quelli nuovi che si stanno affacciando ora, non tanto per giudicare i singoli, quanto per rifare il punto sulla nostra attività che, come sappiamo, richiede molte cautele.
    Ma il volontario attivista che interagisce con i profughi deve forse avere attenzioni in più, rispetto a chi si dedica al volontariato in altri ambiti? Deve essere diverso? Sfiorare la guerra e farne parte, anche se indirettamente, richiede competenze specifiche?
    La risposta è netta e decisa: sì! E’ un campo in cui nessuna improvvisazione è ammessa. Perché? Perché la guerra raccoglie tutte le tipologie degli interlocutori possibili e immaginabili. Chi ci è caduto dentro è circondato da bombe e soffocato da gas, deve elaborare lutti che non vengono davvero mai elaborati dal momento che se ne aggiungono altri che si vanno a sommare ad altro disagio. Forse non tutti i volontari sono in grado di immedesimarsi davvero: violenza di ogni tipo, sopraffazione, stupro, tortura, negazione della dignità umana e cancellazione dei diritti fondamentali …quelli basic che fanno di un uomo o donna una singolarità, e non solo un essere vivente.
    La guerra è la negazione della soggettività stessa, come dire “tu non esisti”, “non hai più un passato, non hai più un futuro e il tuo presente è miserrimo e deciso da altri”. L’autostima? Non esiste più. La forza di volontà? La determinazione? Nemmeno. Non esistono progetti di vita, i sogni sono morti anch’essi da qualche parte, uccisi in una qualche maniera barbara. Estirpati e negati. Eliminati tutti i punti di riferimento tradizionali: famiglia, amicizia, appartenenze, lavoro, ecc… ma anche la parte legata ai valori, come la solidarietà, scompare. La paura costante, l’angoscia per sé e i propri cari, l’impossibilità di trovare un senso a ciò che accade fanno altrettanti danni che le bombe.
    Al disagio psichico, per i profughi di guerra si somma quello fisico: la mancanza di cibo sicuro e di nutrimento vero, bilanciato e scelto; il cibo diventa pura sopravvivenza organica e non piacere, si perdono il gusto e i sapori, i ricordi di odori e di famiglia, di festa e di casa.  In guerra dimagriscono tutti, senza fare diete slim fast. Si dimagrisce in fretta, non perché si è “famosi” su un’isola e si gioca al naufrago: si perde massa corporea perché non c’è cibo reperibile, perché quello che ancora viene coltivato o importato è inarrivabile economicamente ed ogni morso, ogni sorso ed ogni cucchiaiata fa passare la voglia di mangiare, anzi, fa aumentare la nausea perché ogni cucchiaio costa troppo! Ogni chicco di riso sembra oro e se c’è il cibo a volte poi manca il gas, e poi manca l’energia elettrica per conservarlo, e poi manca l’acqua.
    Senza parlare della solitudine. Chi vive nei contesti di guerra si immerge completamente in un’apnea che stritola piano piano, lentamente, ogni giorno, senza pietà. Niente cambia, nessuno ascolta, nessuno aiuta veramente, nessuno comprende e può salvare, nessuno tende la mano. Ogni giorno si respira sempre meno, inesorabilmente.
    Poi arrivano i volontari, gli attivisti che si avvicinano in punta di piedi o si tuffano a capofitto, che a volte intervengono in modo delicato e altre volte in modo compulsivo, ci sono volontari che scelgono di incontrare “l’altro” con un atteggiamento professionale ed altri un po’ meno.
    Ci sono quelli che incontrano “gli altri” fortuitamente, senza che si capisca bene il perché si trovino a fare quello che fanno, e perché proprio in quel momento, e proprio con quella persona specifica piuttosto che con un’altra. Talvolta qualcuno dice: “ci si incontra perché è maktub”, destino, è scritto ed è cosi che doveva andare. Nessuno si è cercato veramente, è capitato: ci si inizia a scrivere sui social network e ci si abitua lentamente ad essere vicini anche se si è lontani, perché “io sono qua e l’altro è là” ma questa distanza non impedisce di stabilire una relazione. Due esseri umani che si conoscono e si parlano, o meglio ci provano perché non condividono nemmeno la stessa lingua. Ci si aiuta con google translate, che diventa il mediatore socio-culturale che, però, aggiunge o toglie significati, aumenta i toni o li appiattisce e che può falsare i rapporti. La gratitudine da un lato e la voglia di aiutare dall’altro, fa dire a tutti “i love you”, che però nel caso del profugo ha il significato di “grazie, ti voglio bene. Sì, grazie, perché stai qui con me quando nessuno è con me e sono solo, cosi solo che non vedo e sento più niente, non capisco più niente, non ricordo nemmeno chi sono”. E cosi inizia una relazione di aiuto strana, intensa al punto da arrivare talvolta a creare dipendenza. Spesso si trasforma in un surrogato di amicizia e amore… una famiglia! Insomma si perde la lucidità e i confini. Uno dice all’altro “io ho bisogno di te” e l’altro risponde “anche io ho bisogno di te” ma non si riconosce più chi sta parlando. I malintesi sono in agguato.

    Chi aiuta chi? Chi fa che cosa?
    Non tutti sono in grado di stare nella relazione di aiuto. Non tutti possono. E’ noto che spesso non basta essere animati da buoni propositi, dal desiderio di rendersi utili, dal voler fare del bene, dalla volontà di dare a chi non ha nulla. Spesso si vive più di quello che si è in grado di gestire, di sopportare emotivamente, e la vicinanza “non professionale” brucia entrambi. Sia il volontario sia il profugo. Ma la responsabilità non è di quest’ultimo. Questo va detto con forza. L’incapacità di relazionarsi autenticamente nella veste di volontari causa fraintendimenti abissali che producono più danni che benefici.
    Questi soggetti afflitti dal desiderio di aiuto “romantico”, dallo slogan “io ti salverò”, non servono al mondo del volontariato, grazie! Non c’è bisogno di questo. Piuttosto, meglio niente: l’indifferenza fa male ma ha un confine chiaro, inconfondibile, piuttosto che l’errore del “buono” che poi non ce la fa e confonde il supporto a un profugo per amicizia oppure, peggio, per amore. Questo è il nuovo fenomeno che accennavo all’inizio, reso forse più potente dai social network.  Alcuni volontari provano sentimenti che poi ostacolano il percorso che può essere fatto quando il profugo, appunto, arriva nel loro paese. Remano contro gli spostamenti, lo mantengono in una condizione di dipendenza, fanno ricatti emotivi, e non solo.
    Ma di chi parliamo ora?
    Ovvio, del volontario e della volontaria che fanno volontariato perché ne hanno bisogno loro. Vogliono sentirsi importanti, dispensatori di aiuto verso chi ha un bisogno vitale di quell’aiuto. Desiderano sentirsi “buoni” e dalla parte “giusta” della società, sono convinti di essere non solo utili ma anche indispensabili. Che sensazione appagante, sentirsi ringraziare costantemente ed essere stimati per la propria generosità. Ricevere la gratitudine altrui fa aumentare l’amore per se stessi. Però molto spesso la stima viene conquistata a suon di elargizioni economiche, regali, attenzioni amorevoli e molto altro ancora.

    Per cui il confine si confonde e la relazione di aiuto, quella vera, viene azzerata.
    Il vero volontario è altro e fa altro: ascolta, affianca e sostiene; accoglie e accompagna; colora il grigio; parla di speranza e futuro dove c’è solo distruzione; sostiene in attesa che tutto finisca e si possa davvero ricostruire. Il volontario lavora giorno dopo giorno, perché forse domani finalmente si potrà ricominciare a vivere.  Ma mai un volontario deve dimenticare il suo “mandato”: la relazione di aiuto. Non di potere. Non di emozioni e passioni in libertà.
    Questi sono i patti non scritti, non detti, sottointesi, che forse ogni tanto dovremmo esplicitare meglio: chi giudica e non è in grado di trattenere il giudizio; chi pensa di avere una sola verità in tasca; chi vuole fare a modo suo; chi non ascolta davvero e si sovrappone invadente; chi ha più bisogno della persona che dovrebbe aiutare e, soprattutto, chi vuole trovare l’amore è meglio faccia altro. Cambi hobby, spenda altrove le sue energie e si dedichi ad altro passatempo.
    Esiste un’etica del volontario e credo sia importante che ciascuno di noi compia una riflessione costante sui significati che attribuisce al proprio coinvolgimento: il volontario attivista deve sottostare a regole, o meglio deve prendere consapevolezza della complessità della sua opera, in tutte le sfaccettature. Prima di iniziare, conviene impostare un lavoro sulla propria etica “professionale” e umana.
    Le regole devono essere dure, rigide, ma condivise nel gruppo dei volontari. Qui non si gioca, c’è troppo in ballo: troppe emozioni. Non esiste improvvisazione, non esiste navigare a vista… c’è una mappa e c’è una rotta. Ci sono obiettivi da raggiungere e step da seguire. Il volontariato deve essere un mondo dove c’è consapevolezza della difficoltà del compito, ma anche del “luogo” verso cui si vuole andare piano piano, fianco a fianco, mano nella mano, compiendo piccoli passi impercettibili, guadagnando millimetri ogni giorno.
    E’ difficilissimo ma si va avanti… Don’t give up! È il motto. Non ci si può arrendere. Ma il proprio operato va monitorato costantemente.

    articolo scritto da Raffaela Piazzi