Progetti

  • Zero è il doppio di zero.
    Io sono uno soltanto, ma comunque sono uno.
    Non posso fare tanto, ma comunque posso fare qualcosa.
    E sicuramente non lascerò che quello che non posso fare interagisca su quello che posso fare.
    Dacci il tuo 5 e ti daremo 1000 buoni motivi per sostenere i nostri progetti.
    Perchè la solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai.

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  • Ci sono Nomi che rimangono per sempre bambini.
    In Siria, per esempio la speranza  è l’impegno  di We Are Onlus è che diventino Grandi.

    Azaz (nord di Aleppo) Siria.

    Il Child Hood Teil Club  (centro di recupero per bambini disabili) ospita numerosi bambini che vivono ( la loro vita, ed anche la disabilità ) in un ambiente accogliente con assistenza e cura  di personale specializzato. I bambini  imparano e si esprimono,  colorano e disegnano il mondo  che conoscono e quello  che hanno  nel cuore,  come una speranza.

    Rama è  una bimba, come tanti, che ha il colore e  il calore nel suo cuore. I suoi disegni ci parlano  con parole mute, che fanno vibrare corde profonde. Le magliette di Rama contengono un messaggio. Sentirlo è una gioia. Ascoltarlo è un dovere. Il ricavato  derivante  dalla vendita  delle magliette di Rama, sosterrà una classe al child Tale Club.
    Una classe di bambini con esigenze speciali.

    Gabriella Tonolli

     

    Per acquistare le magliette di Rama contattare l’associazione We Are Onlus o direttamente Lorella tramite email all’indirizzo: morandilorella@gmail.com

    Grazie a tutti!

  • Durante l’ultima missione di We Are a Kilis, lungo il confine turco siriano, il nostro referente, Zakarya ci ha fatto pervenire questo disegno realizzato dai bambini del campo profughi di Al Nour dove da circa 8 mesi esiste il nostro progetto “WE ARE SCHOOL”.
    Un campo scuola di 10 classi che accoglie circa 400 bambini.
    Volevamo garantire a questi bambini un futuro con più opportunità e un presente diverso dove l’educazione ed il gioco si sostituivano, da protagonisti, alla guerra e alla soppressione di libertà che molti di loro vivono fin dalla nascita.

    Pensavamo e speravamo che questa condizione fosse la premessa più utile per lanciare un messaggio di speranza e infondere fiducia a chi è costretto a vivere in un contesto di  grandi limitazioni infrastrutturali ed intellettuali.

    Volevamo fortemente questa scuola per educare i bambini alla vita, alla pace e alla solidarietà.
    Ancora una volta, proprio quei fanciulli, ci hanno dimostrato che messi nella giusta condizione hanno un potenziale tale da superare ogni avversità e da studenti diventano insegnanti e modello di quei valori universali che dovrebbero essere il pilastro portante di ogni società umana.

    Il disegno che ci hanno inviato rappresenta la Siria e ognuno di loro ha firmato la propria presenza con un colore.
    Questo disegno fa riflettere più di un discorso e di tante foto.
    Come sempre i bambini ci raccontano la realtà e i desideri nel modo più semplice possibile: la loro amata terra dove il nero, associato al terrore e alla morte, è sostituito da tanti punti colorati a simboleggiare la vita nelle sue sfumature più belle.
    Impossibile non raccogliere questo messaggio.
    Spesso consideriamo la Siria come un territorio dove esiste la guerra, i jihadisti e l’ISIS. Di fatto è così.
    Questo disegno però ci ricorda, ed è nostro dovere gridarlo al Mondo, che in quella terra vivono e sperano centinaia di migliaia di bambini la cui sorte e i loro desideri dipendono, oltre che dalla cattiveria e dall’egoismo dell’uomo, anche dal nostro sguardo e dalle nostre azioni che in tanti modi possono trasformarsi in aiuti concreti a migliorare il loro futuro.

     

  • Un anno fa un razzo uccise tre fratellini.
    Nella città turca a soli quattro chilometri dal confine le bambine siriane continuano a sognare

    Mentre le più piccole sono alle prese con gonne di tulle e nastri, Batul, 11 anni e un velo scuro sulla testa, resta in disparte, attenta a ogni indumento che viene tirato fuori dalle valigie. Qualcuno le allunga le taglie più grandi, ma lei fa cenno di no, «non posso» e indica il suo velo nero.

    Dai tetti di Kilis si vede la Siria, che si trova a quattro chilometri da qui. Negli appartamenti dove l’associazione «Fatih Sultan Mehmet» ospita vedove siriane con i loro figli oggi è un giorno particolare: i volontari dell’Ong italiana «We are» (weareonlus.org) hanno portato valigie piene di regali. Hanno invitato ciascun bambino a esprimere un desiderio e fra le bambine c’è chi ha chiesto abiti da principessa o sposa. Così, nel salone di uno degli appartamenti condivisi, c’è un via vai di principesse in miniatura che corrono e si infilano coroncine di plastica in testa. Anche Batul, alla fine, si lascia coinvolgere e indossa un tutù rosa sopra i jeans e il maglione.

    In questa cittadina dove la popolazione siriana supera ormai quella turca (124 mila a 90 mila), nel 2016 piovevano dal cielo razzi Katiusha, sparati da oltreconfine. Per questo oggi qui mancano due principesse, Yasmin e Tesnim.

    Un anno fa, il 19 aprile, una delle palazzine dell’associazione è stata centrata in pieno. L’ultimo piano si è sbriciolato sopra quattro bambini, tre dei quali fratelli. «Quel giorno stavo tornando dalla scuola coranica quando ho sentito un razzo passarmi sopra la testa. Poi, per la strada, ho visto sparsa roba di casa mia, a pezzi» racconta la signora Fatima che incontriamo con Ahmed, unico sopravvissuto dei suoi bambini. «Solo tre minuti sarebbero serviti per arrivare al mio edificio, dall’inizio della strada. Eppure mi è sembrato di camminare un anno intero. Perché ho impiegato tanto per raggiungere i miei figli?».

    Fra le ambulanze, Fatima ha visto il più grande, Mohammed, senza una gamba, dare l’ultimo respiro. La femmina, Tesnim, e l’altro maschio, Mutassem, erano morti. Anche la loro amica Yasmin ha perso la vita. Ahmed ha tentato invano di soccorrerli.

    In quel periodo, il territorio oltreconfine era sotto il controllo dello Stato Islamico ma «non sappiamo se a sparare fossero l’Isis, i curdi o il regime» spiega Abdul Ghani Alshawakh, direttore della «Fatih Sultan Mehmet». Ad agosto, proprio da Kilis, l’esercito turco ha fatto ingresso in Siria e ora nessun razzo cade più da questa parte. Per i siriani, però, la Turchia resta troppo costosa, il lavoro manca e andarsene è sempre più complicato.

    Alla signora Fatima, mentre osserva Ahmed giocare, chiediamo cosa farà ora: «Siamo siriani, come possiamo pensare al futuro? Non abbiamo idea di cosa accadrà domani». Poi, abbassando la voce per non farsi sentire dal figlio, fa cenno verso di lui: «Si sente solo, ma non parla con i dottori, è convinto di stare bene. Io però so che non è così. Una madre lo sa».

    articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, scritto da Francesca Ghirardelli

  • Fino ad oggi non vi avevamo ancora parlato della nostra missione di Pasqua perché abbiamo preferito dare spazio alle immagini che spesso valgono più di tante parole. A dire il vero non lo abbiamo fatto prima perché in qualche modo avevamo paura dei nostri sentimenti ricordando quei bambini, i loro abbracci, e purtroppo i loro sguardi quando ci siamo congedati da loro. Chi ci segue sa come ci siamo organizzati: abbiamo chiesto ai bambini ospiti di un orfanotrofio di Kilis di mandarci una loro lista dei desideri, una sorta di lettera a “Babbo Natale” come si usa qui da noi, poi abbiamo mobilitato i nostri sostenitori ed amici per raccogliere le cose  che ci avevano chiesto.  I loro desideri erano gli stessi di tutti i fanciulli della loro età ovvero biciclette, macchine telecomandate, bambole parlanti e vestiti da principessa. La richiesta dei vestiti da principessa ci ha molto colpito in quanto faceva emergere una particolare voglia di fuggire dalle brutture che sono costrette a vivere da molti, troppi anni. Come sempre in passato la vostra generosità è stata a dir poco commovente tant’è che abbiamo dovuto scegliere cosa portare con noi in missione e cosa invece spedire con il prossimo container . L’emozione è stata forte soprattutto quando appena arrivati ci siamo resi conto che si ricordavano di noi dall’ultima visita e ci hanno dimostrato il loro affetto come solo i bambini sanno fare. Emozione che si è ripetuta e amplificata vedendo i loro volti mentre scoprivano che i loro desideri erano stati esauditi e che noi eravamo lì proprio per quello: per esaudire i loro desideri. E’ stato davvero un bagno di affetto e di gioia che avrete senz’altro condiviso scorrendo le foto che man mano abbiamo pubblicato per rendervi partecipi  della  grande gioia del momento. La missione, pur essendo breve, non si è limitata a questa visita ma abbiamo cercato di approfondire i nostri rapporti con l’associazione che si prende cura di queste famiglie il cui responsabile ci ha fatto visitare la struttura e parlato delle loro difficoltà, soprattutto economiche. Abbiamo anche avuto modo di visitare alcune famiglie appena arrivate dalla Siria e siamo rimasti sbigottiti dalla sistemazione che il governo turco riserva loro. Siamo rientrati con la certezza che il legame che abbiamo costruito con questi bambini non si spezzerà facilmente e vi terremo informati su eventuali loro necessità per soddisfare le quali saremmo costretti a chiedere il vostro aiuto. Ieri l’altro ci sono arrivate le foto che vedete e il riceverle ci ha fatto capire che è impossibile davvero dimenticarsi di loro. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito allo svolgimento di questa missione che per noi sarà impossibile da dimenticare. Grazie di cuore.

     

  • I bambini siriani hanno bisogno non solo di pane ma anche di giochi!

    Missione compiuta per i volontari dell’associazione We Are Onlus, sul confine turco con la Siria. Lorella Morandi, Firas Mourad e il presidente Enrico Vandini sono riusciti, almeno per un giorno, a realizzare i sogni di una quarantina di bimbi orfani di padre ospitati in una serie di appartamenti a Kilis, città dell’Anatolia sud orientale dove vivono migliaia di profughi provenienti dalla Siria in guerra. Oltre ad affrontare le normali incombenze ed a portare aiuti umanitari ed economici alle popolazioni conosciute nel corso degli anni, questa volta i volontari hanno voluto realizzare i sogni dei bimbi e delle mamme di cui si prende cura un’associazione turca-siriana.

    “Nelle scorse settimane i nostri bimbi hanno scoperto cosa esprimere un desiderio, ci hanno fornito una lista dei loro desiderata, spiega la dottoressa Lorella Morandi, e noi, grazie alla generosità di tanti, siamo riusciti ad esaudirli.”

    Le bimbe, anche quelle molto piccole, si sono trasformate in tante principesse e fatine con abiti bianchi e variopinti portati dall’Italia. I maschietti, invece, hanno ricevuto macchinine, elicotteri e persino biciclette e tablet.

    “Ad ognuno abbiamo portato esattamente quanto richiesto, compresa un’apparecchiatura per l’aerosol, domandataci da una bimba malata, che ha anche avuto un meraviglioso vestitino che non aveva richiesto ma che ha gradito moltissimo” aggiunge Lorella Morandi.

    Il materiale è stato regalato ai volontari sia dalla popolazione bresciana, sia dai residenti a Bologna. Le due zone, difatti, grazie al lavoro di We Are Onlus sono ormai “gemellate” ed unite nel proposito di alleviare le sofferenze dei profughi siriani in Turchia.

    “Quello che abbiamo fatto potrebbe sembrare futile e frivolo. In realtà donare un giorno di gioia a questi bimbi è stato importantissimo. Non hanno nulla. Vivono in appartamenti comuni dove ogni mamma ha una stanzetta per sé ed i suoi numerosi figli. In genere hanno solo un materasso ed uno spazio comune dove cucinano. Entrare in contatto con questa associazione che segue donne sole e con tanti bimbi è stato per noi importantissimo”.

    cit. Il Giorno (Brescia), articolo di Milla Prandelli

     

     

  • Frequentare la scuola non significa solo imparare a leggere e scrivere,
    ma significa avere la possibilità di un futuro migliore.   
    Andare a scuola non significa “soltanto” evadere dalla prigione dell’analfabetismo. L’accesso all’istruzione di base innesta difatti un circolo virtuoso che produce i suoi effetti di generazione in generazione.
    È provato che l’istruzione aumenta le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro e con essa la possibilità di avere un reddito migliore rispetto a quello medio delle persone non scolarizzate.
    Le bambine e le ragazze che frequentano la scuola hanno più probabilità di conseguire l’autosufficienza economica in età adulta e sanno difendere con maggiore efficacia i propri diritti, nel lavoro e in famiglia.
    Gli adulti che da bambini hanno ricevuto l’istruzione di base hanno maggiore predisposizione a mandare i figli a scuola. L’esperienza vissuta in prima persona avvalora nei genitori l’importanza dell’istruzione per i propri figli e soprattutto per le ragazze. Per questo, investire nell’istruzione dei bambini di oggi significa anche lavorare per il benessere e lo sviluppo dei bambini di domani.
    A tal fine, da dicembre 2016 l’associazione We Are Onlus sostiene un progetto molto importante, il sostegno di 10 classi al campo di Alnour nel nord della Siria (a circa 30 km circa da Aleppo) e grazie anche all’aiuto dell’organizzazione Molham, ora siamo riusciti a far andare a scuola circa 400 bambini e a dare loro istruzione per un futuro migliore.
  • “Cosa significa educare alla pace, oggi? Perché è necessario e urgente educare alla pace?”

    Viviamo in un mondo in cui la pace è in pericolo. Centinaia di milioni di persone nascono e muoiono senza conoscerla.

    E anche chi l’ha conosciuta oggi rischia di perderla. La pace non ci è data in natura e non ci viene regalata.

    La pace deve essere costruita. Non è una conquista, ma è il frutto possibile di un impegno costante di tutti e di ciascuno.
    Per questo è necessario educare alla pace: perchè ogni bambino, bambina, ragazzo e ragazza possano essere costruttori di pace ed artigiani della pace. Educare alla pace è una responsabilità di tutti.
    La scuola ha una responsabilità speciale. Educare alla pace a scuola è un dovere e una scelta.

    Molti sottovalutano l’importanza dell’esperienza scolastica nella propria vita, ma andare a scuola è un’occasione per imparare a vivere bene con gli altri e a risolvere i problemi di tutti i giorni. Dal lavoro di gruppo al dialogare con persone diverse da noi e cercare soluzioni che vadano bene per tutti.

    Ogni scuola ha il suo modo di affrontare e gestire il tema della pace. Ogni insegnante ha un suo modo di interpretarlo.

    I ragazzi dell’Istituto Falcone (sezione grafica) per affrontare il tema della pace in Siria e dell’importanza che ha avuto l’inserimento dei più giovani siriani nel mondo scolastico stanno allestendo in questi giorni una mostra fotografica utilizzando le foto dei vari reportage della nostra associazione We Are Onlus. Segui l’hashtag: #maybeyou

    Ringraziamo inoltre i ragazzi della scuola media di Cirtefranca, che grazie al contributo della professoressa Toloni, stanno lavorando con l’associazione We Are Onlus per portare la pace in Siria.

  • Progetto Scuola-Tenda per il Campo Profughi Yazibagh In Siria

    #WeAreSyria

    Lettera di presentazione del progetto

    Con la presente mi permetto di sottoporre alla vostra cortese attenzione il progetto relativo a una nuova scuola nei pressi del valico di Bab Al Salama, in Siria, una zona con una concentrazione in crescita di sfollati nella cui comunità non esiste alcun sistema educativo.

    Descrizione della situazione

    L’area di Yazibagh è da anni popolata da una comunità di sfollati piuttosto considerevole. Da febbraio 2016 l’afflusso di Idp (sfollati interni) ha raggiunto cifre talmente alte da risultare ingestibile a causa di una rinnovata campagna di bombardamenti da parte di aerei russi e dall’imminente modifica dei confini delle zone di combattimento dell’ISIS. (altro…)

  • continua la missione “We Are Food” presso la popolazione siriana nelle zone di guerra nella provincia di Azaz
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