Ufficio Stampa

  • In questi giorni vorrei avere una sorta di “manuale del volontario” da regalare ad alcuni colleghi e colleghe che, come me, si occupano dei profughi di guerra. Nel corso degli anni, ho incontrato molte tipologie di volontari ma, recentemente, si stanno presentando fenomeni nuovi sui quali occorre riflettere tutti. Il rischio è che esperienze ambigue e situazioni che dipendono da definizioni non chiare del proprio compito, che alcuni manifestano, possano risultare snervanti e demotivanti anche per gli altri, per chi invece interpreta il volontariato come “pura” relazione di aiuto. Sembra ovvio: il volontariato è una relazione di aiuto. Punto. Eppure, tra il/la volontario/a e il profugo a volte possono instaurarsi rapporti confusi, falsi, equivoci.
    Talvolta mi chiedo se esista un modo “giusto” e uno “sbagliato” di agire del volontariato. Che cosa serve e che cosa, invece, è meglio non fare? Non dire o dire assolutamente? E quando, soprattutto! Il tempismo delle parole e la scelta stessa delle parole sono fondamentali nell’instaurare una relazione di aiuto. Ovviamente, assieme a tante altre dimensioni, pensate e agite: quanto sarebbe utile poter discriminare i comportamenti e gli atteggiamenti in modo netto! Tuttavia, l’idea di un “manuale per il volontario” è un po’ forte. Dà l’impressione che esista una “ricetta”, un “formulario” dei passi da compiere indipendentemente dal contesto e dalle persone che sono coinvolte, però sarebbe comodo, soprattutto per aiutare chi inizia adesso il suo percorso in questo mondo, e che rischia di fare errori devastanti. Forse allora è meglio ragionare insieme sull’ “etica del volontario”.
    Un primo passo per far partire una riflessione in comune potrebbe essere quello di fare tesoro degli errori visti in questi anni, e di quelli nuovi che si stanno affacciando ora, non tanto per giudicare i singoli, quanto per rifare il punto sulla nostra attività che, come sappiamo, richiede molte cautele.
    Ma il volontario attivista che interagisce con i profughi deve forse avere attenzioni in più, rispetto a chi si dedica al volontariato in altri ambiti? Deve essere diverso? Sfiorare la guerra e farne parte, anche se indirettamente, richiede competenze specifiche?
    La risposta è netta e decisa: sì! E’ un campo in cui nessuna improvvisazione è ammessa. Perché? Perché la guerra raccoglie tutte le tipologie degli interlocutori possibili e immaginabili. Chi ci è caduto dentro è circondato da bombe e soffocato da gas, deve elaborare lutti che non vengono davvero mai elaborati dal momento che se ne aggiungono altri che si vanno a sommare ad altro disagio. Forse non tutti i volontari sono in grado di immedesimarsi davvero: violenza di ogni tipo, sopraffazione, stupro, tortura, negazione della dignità umana e cancellazione dei diritti fondamentali …quelli basic che fanno di un uomo o donna una singolarità, e non solo un essere vivente.
    La guerra è la negazione della soggettività stessa, come dire “tu non esisti”, “non hai più un passato, non hai più un futuro e il tuo presente è miserrimo e deciso da altri”. L’autostima? Non esiste più. La forza di volontà? La determinazione? Nemmeno. Non esistono progetti di vita, i sogni sono morti anch’essi da qualche parte, uccisi in una qualche maniera barbara. Estirpati e negati. Eliminati tutti i punti di riferimento tradizionali: famiglia, amicizia, appartenenze, lavoro, ecc… ma anche la parte legata ai valori, come la solidarietà, scompare. La paura costante, l’angoscia per sé e i propri cari, l’impossibilità di trovare un senso a ciò che accade fanno altrettanti danni che le bombe.
    Al disagio psichico, per i profughi di guerra si somma quello fisico: la mancanza di cibo sicuro e di nutrimento vero, bilanciato e scelto; il cibo diventa pura sopravvivenza organica e non piacere, si perdono il gusto e i sapori, i ricordi di odori e di famiglia, di festa e di casa.  In guerra dimagriscono tutti, senza fare diete slim fast. Si dimagrisce in fretta, non perché si è “famosi” su un’isola e si gioca al naufrago: si perde massa corporea perché non c’è cibo reperibile, perché quello che ancora viene coltivato o importato è inarrivabile economicamente ed ogni morso, ogni sorso ed ogni cucchiaiata fa passare la voglia di mangiare, anzi, fa aumentare la nausea perché ogni cucchiaio costa troppo! Ogni chicco di riso sembra oro e se c’è il cibo a volte poi manca il gas, e poi manca l’energia elettrica per conservarlo, e poi manca l’acqua.
    Senza parlare della solitudine. Chi vive nei contesti di guerra si immerge completamente in un’apnea che stritola piano piano, lentamente, ogni giorno, senza pietà. Niente cambia, nessuno ascolta, nessuno aiuta veramente, nessuno comprende e può salvare, nessuno tende la mano. Ogni giorno si respira sempre meno, inesorabilmente.
    Poi arrivano i volontari, gli attivisti che si avvicinano in punta di piedi o si tuffano a capofitto, che a volte intervengono in modo delicato e altre volte in modo compulsivo, ci sono volontari che scelgono di incontrare “l’altro” con un atteggiamento professionale ed altri un po’ meno.
    Ci sono quelli che incontrano “gli altri” fortuitamente, senza che si capisca bene il perché si trovino a fare quello che fanno, e perché proprio in quel momento, e proprio con quella persona specifica piuttosto che con un’altra. Talvolta qualcuno dice: “ci si incontra perché è maktub”, destino, è scritto ed è cosi che doveva andare. Nessuno si è cercato veramente, è capitato: ci si inizia a scrivere sui social network e ci si abitua lentamente ad essere vicini anche se si è lontani, perché “io sono qua e l’altro è là” ma questa distanza non impedisce di stabilire una relazione. Due esseri umani che si conoscono e si parlano, o meglio ci provano perché non condividono nemmeno la stessa lingua. Ci si aiuta con google translate, che diventa il mediatore socio-culturale che, però, aggiunge o toglie significati, aumenta i toni o li appiattisce e che può falsare i rapporti. La gratitudine da un lato e la voglia di aiutare dall’altro, fa dire a tutti “i love you”, che però nel caso del profugo ha il significato di “grazie, ti voglio bene. Sì, grazie, perché stai qui con me quando nessuno è con me e sono solo, cosi solo che non vedo e sento più niente, non capisco più niente, non ricordo nemmeno chi sono”. E cosi inizia una relazione di aiuto strana, intensa al punto da arrivare talvolta a creare dipendenza. Spesso si trasforma in un surrogato di amicizia e amore… una famiglia! Insomma si perde la lucidità e i confini. Uno dice all’altro “io ho bisogno di te” e l’altro risponde “anche io ho bisogno di te” ma non si riconosce più chi sta parlando. I malintesi sono in agguato.

    Chi aiuta chi? Chi fa che cosa?
    Non tutti sono in grado di stare nella relazione di aiuto. Non tutti possono. E’ noto che spesso non basta essere animati da buoni propositi, dal desiderio di rendersi utili, dal voler fare del bene, dalla volontà di dare a chi non ha nulla. Spesso si vive più di quello che si è in grado di gestire, di sopportare emotivamente, e la vicinanza “non professionale” brucia entrambi. Sia il volontario sia il profugo. Ma la responsabilità non è di quest’ultimo. Questo va detto con forza. L’incapacità di relazionarsi autenticamente nella veste di volontari causa fraintendimenti abissali che producono più danni che benefici.
    Questi soggetti afflitti dal desiderio di aiuto “romantico”, dallo slogan “io ti salverò”, non servono al mondo del volontariato, grazie! Non c’è bisogno di questo. Piuttosto, meglio niente: l’indifferenza fa male ma ha un confine chiaro, inconfondibile, piuttosto che l’errore del “buono” che poi non ce la fa e confonde il supporto a un profugo per amicizia oppure, peggio, per amore. Questo è il nuovo fenomeno che accennavo all’inizio, reso forse più potente dai social network.  Alcuni volontari provano sentimenti che poi ostacolano il percorso che può essere fatto quando il profugo, appunto, arriva nel loro paese. Remano contro gli spostamenti, lo mantengono in una condizione di dipendenza, fanno ricatti emotivi, e non solo.
    Ma di chi parliamo ora?
    Ovvio, del volontario e della volontaria che fanno volontariato perché ne hanno bisogno loro. Vogliono sentirsi importanti, dispensatori di aiuto verso chi ha un bisogno vitale di quell’aiuto. Desiderano sentirsi “buoni” e dalla parte “giusta” della società, sono convinti di essere non solo utili ma anche indispensabili. Che sensazione appagante, sentirsi ringraziare costantemente ed essere stimati per la propria generosità. Ricevere la gratitudine altrui fa aumentare l’amore per se stessi. Però molto spesso la stima viene conquistata a suon di elargizioni economiche, regali, attenzioni amorevoli e molto altro ancora.

    Per cui il confine si confonde e la relazione di aiuto, quella vera, viene azzerata.
    Il vero volontario è altro e fa altro: ascolta, affianca e sostiene; accoglie e accompagna; colora il grigio; parla di speranza e futuro dove c’è solo distruzione; sostiene in attesa che tutto finisca e si possa davvero ricostruire. Il volontario lavora giorno dopo giorno, perché forse domani finalmente si potrà ricominciare a vivere.  Ma mai un volontario deve dimenticare il suo “mandato”: la relazione di aiuto. Non di potere. Non di emozioni e passioni in libertà.
    Questi sono i patti non scritti, non detti, sottointesi, che forse ogni tanto dovremmo esplicitare meglio: chi giudica e non è in grado di trattenere il giudizio; chi pensa di avere una sola verità in tasca; chi vuole fare a modo suo; chi non ascolta davvero e si sovrappone invadente; chi ha più bisogno della persona che dovrebbe aiutare e, soprattutto, chi vuole trovare l’amore è meglio faccia altro. Cambi hobby, spenda altrove le sue energie e si dedichi ad altro passatempo.
    Esiste un’etica del volontario e credo sia importante che ciascuno di noi compia una riflessione costante sui significati che attribuisce al proprio coinvolgimento: il volontario attivista deve sottostare a regole, o meglio deve prendere consapevolezza della complessità della sua opera, in tutte le sfaccettature. Prima di iniziare, conviene impostare un lavoro sulla propria etica “professionale” e umana.
    Le regole devono essere dure, rigide, ma condivise nel gruppo dei volontari. Qui non si gioca, c’è troppo in ballo: troppe emozioni. Non esiste improvvisazione, non esiste navigare a vista… c’è una mappa e c’è una rotta. Ci sono obiettivi da raggiungere e step da seguire. Il volontariato deve essere un mondo dove c’è consapevolezza della difficoltà del compito, ma anche del “luogo” verso cui si vuole andare piano piano, fianco a fianco, mano nella mano, compiendo piccoli passi impercettibili, guadagnando millimetri ogni giorno.
    E’ difficilissimo ma si va avanti… Don’t give up! È il motto. Non ci si può arrendere. Ma il proprio operato va monitorato costantemente.

    articolo scritto da Raffaela Piazzi

  • Zero è il doppio di zero.
    Io sono uno soltanto, ma comunque sono uno.
    Non posso fare tanto, ma comunque posso fare qualcosa.
    E sicuramente non lascerò che quello che non posso fare interagisca su quello che posso fare.
    Dacci il tuo 5 e ti daremo 1000 buoni motivi per sostenere i nostri progetti.
    Perchè la solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai.

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  • Ci sono Nomi che rimangono per sempre bambini.
    In Siria, per esempio la speranza  è l’impegno  di We Are Onlus è che diventino Grandi.

    Azaz (nord di Aleppo) Siria.

    Il Child Hood Teil Club  (centro di recupero per bambini disabili) ospita numerosi bambini che vivono ( la loro vita, ed anche la disabilità ) in un ambiente accogliente con assistenza e cura  di personale specializzato. I bambini  imparano e si esprimono,  colorano e disegnano il mondo  che conoscono e quello  che hanno  nel cuore,  come una speranza.

    Rama è  una bimba, come tanti, che ha il colore e  il calore nel suo cuore. I suoi disegni ci parlano  con parole mute, che fanno vibrare corde profonde. Le magliette di Rama contengono un messaggio. Sentirlo è una gioia. Ascoltarlo è un dovere. Il ricavato  derivante  dalla vendita  delle magliette di Rama, sosterrà una classe al child Tale Club.
    Una classe di bambini con esigenze speciali.

    Gabriella Tonolli

     

    Per acquistare le magliette di Rama contattare l’associazione We Are Onlus o direttamente Lorella tramite email all’indirizzo: morandilorella@gmail.com

    Grazie a tutti!

  • Durante l’ultima missione di We Are a Kilis, lungo il confine turco siriano, il nostro referente, Zakarya ci ha fatto pervenire questo disegno realizzato dai bambini del campo profughi di Al Nour dove da circa 8 mesi esiste il nostro progetto “WE ARE SCHOOL”.
    Un campo scuola di 10 classi che accoglie circa 400 bambini.
    Volevamo garantire a questi bambini un futuro con più opportunità e un presente diverso dove l’educazione ed il gioco si sostituivano, da protagonisti, alla guerra e alla soppressione di libertà che molti di loro vivono fin dalla nascita.

    Pensavamo e speravamo che questa condizione fosse la premessa più utile per lanciare un messaggio di speranza e infondere fiducia a chi è costretto a vivere in un contesto di  grandi limitazioni infrastrutturali ed intellettuali.

    Volevamo fortemente questa scuola per educare i bambini alla vita, alla pace e alla solidarietà.
    Ancora una volta, proprio quei fanciulli, ci hanno dimostrato che messi nella giusta condizione hanno un potenziale tale da superare ogni avversità e da studenti diventano insegnanti e modello di quei valori universali che dovrebbero essere il pilastro portante di ogni società umana.

    Il disegno che ci hanno inviato rappresenta la Siria e ognuno di loro ha firmato la propria presenza con un colore.
    Questo disegno fa riflettere più di un discorso e di tante foto.
    Come sempre i bambini ci raccontano la realtà e i desideri nel modo più semplice possibile: la loro amata terra dove il nero, associato al terrore e alla morte, è sostituito da tanti punti colorati a simboleggiare la vita nelle sue sfumature più belle.
    Impossibile non raccogliere questo messaggio.
    Spesso consideriamo la Siria come un territorio dove esiste la guerra, i jihadisti e l’ISIS. Di fatto è così.
    Questo disegno però ci ricorda, ed è nostro dovere gridarlo al Mondo, che in quella terra vivono e sperano centinaia di migliaia di bambini la cui sorte e i loro desideri dipendono, oltre che dalla cattiveria e dall’egoismo dell’uomo, anche dal nostro sguardo e dalle nostre azioni che in tanti modi possono trasformarsi in aiuti concreti a migliorare il loro futuro.

     

  • Un anno fa un razzo uccise tre fratellini.
    Nella città turca a soli quattro chilometri dal confine le bambine siriane continuano a sognare

    Mentre le più piccole sono alle prese con gonne di tulle e nastri, Batul, 11 anni e un velo scuro sulla testa, resta in disparte, attenta a ogni indumento che viene tirato fuori dalle valigie. Qualcuno le allunga le taglie più grandi, ma lei fa cenno di no, «non posso» e indica il suo velo nero.

    Dai tetti di Kilis si vede la Siria, che si trova a quattro chilometri da qui. Negli appartamenti dove l’associazione «Fatih Sultan Mehmet» ospita vedove siriane con i loro figli oggi è un giorno particolare: i volontari dell’Ong italiana «We are» (weareonlus.org) hanno portato valigie piene di regali. Hanno invitato ciascun bambino a esprimere un desiderio e fra le bambine c’è chi ha chiesto abiti da principessa o sposa. Così, nel salone di uno degli appartamenti condivisi, c’è un via vai di principesse in miniatura che corrono e si infilano coroncine di plastica in testa. Anche Batul, alla fine, si lascia coinvolgere e indossa un tutù rosa sopra i jeans e il maglione.

    In questa cittadina dove la popolazione siriana supera ormai quella turca (124 mila a 90 mila), nel 2016 piovevano dal cielo razzi Katiusha, sparati da oltreconfine. Per questo oggi qui mancano due principesse, Yasmin e Tesnim.

    Un anno fa, il 19 aprile, una delle palazzine dell’associazione è stata centrata in pieno. L’ultimo piano si è sbriciolato sopra quattro bambini, tre dei quali fratelli. «Quel giorno stavo tornando dalla scuola coranica quando ho sentito un razzo passarmi sopra la testa. Poi, per la strada, ho visto sparsa roba di casa mia, a pezzi» racconta la signora Fatima che incontriamo con Ahmed, unico sopravvissuto dei suoi bambini. «Solo tre minuti sarebbero serviti per arrivare al mio edificio, dall’inizio della strada. Eppure mi è sembrato di camminare un anno intero. Perché ho impiegato tanto per raggiungere i miei figli?».

    Fra le ambulanze, Fatima ha visto il più grande, Mohammed, senza una gamba, dare l’ultimo respiro. La femmina, Tesnim, e l’altro maschio, Mutassem, erano morti. Anche la loro amica Yasmin ha perso la vita. Ahmed ha tentato invano di soccorrerli.

    In quel periodo, il territorio oltreconfine era sotto il controllo dello Stato Islamico ma «non sappiamo se a sparare fossero l’Isis, i curdi o il regime» spiega Abdul Ghani Alshawakh, direttore della «Fatih Sultan Mehmet». Ad agosto, proprio da Kilis, l’esercito turco ha fatto ingresso in Siria e ora nessun razzo cade più da questa parte. Per i siriani, però, la Turchia resta troppo costosa, il lavoro manca e andarsene è sempre più complicato.

    Alla signora Fatima, mentre osserva Ahmed giocare, chiediamo cosa farà ora: «Siamo siriani, come possiamo pensare al futuro? Non abbiamo idea di cosa accadrà domani». Poi, abbassando la voce per non farsi sentire dal figlio, fa cenno verso di lui: «Si sente solo, ma non parla con i dottori, è convinto di stare bene. Io però so che non è così. Una madre lo sa».

    articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, scritto da Francesca Ghirardelli

  • Fino ad oggi non vi avevamo ancora parlato della nostra missione di Pasqua perché abbiamo preferito dare spazio alle immagini che spesso valgono più di tante parole. A dire il vero non lo abbiamo fatto prima perché in qualche modo avevamo paura dei nostri sentimenti ricordando quei bambini, i loro abbracci, e purtroppo i loro sguardi quando ci siamo congedati da loro. Chi ci segue sa come ci siamo organizzati: abbiamo chiesto ai bambini ospiti di un orfanotrofio di Kilis di mandarci una loro lista dei desideri, una sorta di lettera a “Babbo Natale” come si usa qui da noi, poi abbiamo mobilitato i nostri sostenitori ed amici per raccogliere le cose  che ci avevano chiesto.  I loro desideri erano gli stessi di tutti i fanciulli della loro età ovvero biciclette, macchine telecomandate, bambole parlanti e vestiti da principessa. La richiesta dei vestiti da principessa ci ha molto colpito in quanto faceva emergere una particolare voglia di fuggire dalle brutture che sono costrette a vivere da molti, troppi anni. Come sempre in passato la vostra generosità è stata a dir poco commovente tant’è che abbiamo dovuto scegliere cosa portare con noi in missione e cosa invece spedire con il prossimo container . L’emozione è stata forte soprattutto quando appena arrivati ci siamo resi conto che si ricordavano di noi dall’ultima visita e ci hanno dimostrato il loro affetto come solo i bambini sanno fare. Emozione che si è ripetuta e amplificata vedendo i loro volti mentre scoprivano che i loro desideri erano stati esauditi e che noi eravamo lì proprio per quello: per esaudire i loro desideri. E’ stato davvero un bagno di affetto e di gioia che avrete senz’altro condiviso scorrendo le foto che man mano abbiamo pubblicato per rendervi partecipi  della  grande gioia del momento. La missione, pur essendo breve, non si è limitata a questa visita ma abbiamo cercato di approfondire i nostri rapporti con l’associazione che si prende cura di queste famiglie il cui responsabile ci ha fatto visitare la struttura e parlato delle loro difficoltà, soprattutto economiche. Abbiamo anche avuto modo di visitare alcune famiglie appena arrivate dalla Siria e siamo rimasti sbigottiti dalla sistemazione che il governo turco riserva loro. Siamo rientrati con la certezza che il legame che abbiamo costruito con questi bambini non si spezzerà facilmente e vi terremo informati su eventuali loro necessità per soddisfare le quali saremmo costretti a chiedere il vostro aiuto. Ieri l’altro ci sono arrivate le foto che vedete e il riceverle ci ha fatto capire che è impossibile davvero dimenticarsi di loro. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito allo svolgimento di questa missione che per noi sarà impossibile da dimenticare. Grazie di cuore.

     

  • Gabriele Del Grande ha chiesto la mobilitazione dell’opinione pubblica. Giornalista e scrittore, da troppi giorni è in carcere in Turchia, senza un capo d’accusa, se non quello di voler testimoniare la situazione nei campi profughi siriani. Io, lo scorso anno, ero negli stessi campi profughi turchi, nella stessa provincia di Hatay, la più a Sud della Turchia, per dei reportage. Venni fermato, portato in una caserma militare, interrogato per sei ore da sei persone diverse, compreso il capo della polizia regionale. Un graduato voleva togliermi il telefonino e ci fu un forte alterco, non volevano che telefonassi. Tuttavia riuscì a mettermi in contatto con l’ambasciata italiana di Ankara, la quale intervenne subito. E dopo interminabili trattative, fui rilasciato. Accuse? Nessuna! Rientrai nel mio hotel a Rehanly, al confine con la Siria e il giorno dopo arrivarono tre poliziotti e mi perquisirono davanti a tutti gli ospiti come fossi un terrorista. Nuovo intervento dell’ambasciata italiana, che mi invitava a lasciare il Paese, perché ormai controllato a vista. Ero stato fortunato: non c’erano ancora state le purghe di Erdogan, benché i giornalisti stranieri non fossero i benvenuti, tuttavia non era ancora il tempo delle carceri, com’è successo a Gabrielle, ma solo dei lunghi fermi di polizia. Ma la situazione nei campi profughi è migliorata nell’ultimo anno? Ho chiesto a varie ong che lavorano in quei luoghi. La risposta è sempre la stessa: “Sono solo diventati più grandi”. E la situazione è sempre più drammatica. Ci dimentichiamo spesso dell’esodo del popolo siriano, che sta subendo un olocausto. E se qualcuno vuole portare la loro testimonianza all’opinione pubblica internazionale, subisce la repressione di un regime sempre più militarizzato e assolutista. Forse è ora di non volgere lo sguardo altrove e di chiedere dove finiscono i soldi europei alla Turchia per migliorare le condizioni dei profughi siriani.

    (scritto da Paolo Tessadri)

     

  • I bambini siriani hanno bisogno non solo di pane ma anche di giochi!

    Missione compiuta per i volontari dell’associazione We Are Onlus, sul confine turco con la Siria. Lorella Morandi, Firas Mourad e il presidente Enrico Vandini sono riusciti, almeno per un giorno, a realizzare i sogni di una quarantina di bimbi orfani di padre ospitati in una serie di appartamenti a Kilis, città dell’Anatolia sud orientale dove vivono migliaia di profughi provenienti dalla Siria in guerra. Oltre ad affrontare le normali incombenze ed a portare aiuti umanitari ed economici alle popolazioni conosciute nel corso degli anni, questa volta i volontari hanno voluto realizzare i sogni dei bimbi e delle mamme di cui si prende cura un’associazione turca-siriana.

    “Nelle scorse settimane i nostri bimbi hanno scoperto cosa esprimere un desiderio, ci hanno fornito una lista dei loro desiderata, spiega la dottoressa Lorella Morandi, e noi, grazie alla generosità di tanti, siamo riusciti ad esaudirli.”

    Le bimbe, anche quelle molto piccole, si sono trasformate in tante principesse e fatine con abiti bianchi e variopinti portati dall’Italia. I maschietti, invece, hanno ricevuto macchinine, elicotteri e persino biciclette e tablet.

    “Ad ognuno abbiamo portato esattamente quanto richiesto, compresa un’apparecchiatura per l’aerosol, domandataci da una bimba malata, che ha anche avuto un meraviglioso vestitino che non aveva richiesto ma che ha gradito moltissimo” aggiunge Lorella Morandi.

    Il materiale è stato regalato ai volontari sia dalla popolazione bresciana, sia dai residenti a Bologna. Le due zone, difatti, grazie al lavoro di We Are Onlus sono ormai “gemellate” ed unite nel proposito di alleviare le sofferenze dei profughi siriani in Turchia.

    “Quello che abbiamo fatto potrebbe sembrare futile e frivolo. In realtà donare un giorno di gioia a questi bimbi è stato importantissimo. Non hanno nulla. Vivono in appartamenti comuni dove ogni mamma ha una stanzetta per sé ed i suoi numerosi figli. In genere hanno solo un materasso ed uno spazio comune dove cucinano. Entrare in contatto con questa associazione che segue donne sole e con tanti bimbi è stato per noi importantissimo”.

    cit. Il Giorno (Brescia), articolo di Milla Prandelli

     

     

  • Frequentare la scuola non significa solo imparare a leggere e scrivere,
    ma significa avere la possibilità di un futuro migliore.   
    Andare a scuola non significa “soltanto” evadere dalla prigione dell’analfabetismo. L’accesso all’istruzione di base innesta difatti un circolo virtuoso che produce i suoi effetti di generazione in generazione.
    È provato che l’istruzione aumenta le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro e con essa la possibilità di avere un reddito migliore rispetto a quello medio delle persone non scolarizzate.
    Le bambine e le ragazze che frequentano la scuola hanno più probabilità di conseguire l’autosufficienza economica in età adulta e sanno difendere con maggiore efficacia i propri diritti, nel lavoro e in famiglia.
    Gli adulti che da bambini hanno ricevuto l’istruzione di base hanno maggiore predisposizione a mandare i figli a scuola. L’esperienza vissuta in prima persona avvalora nei genitori l’importanza dell’istruzione per i propri figli e soprattutto per le ragazze. Per questo, investire nell’istruzione dei bambini di oggi significa anche lavorare per il benessere e lo sviluppo dei bambini di domani.
    A tal fine, da dicembre 2016 l’associazione We Are Onlus sostiene un progetto molto importante, il sostegno di 10 classi al campo di Alnour nel nord della Siria (a circa 30 km circa da Aleppo) e grazie anche all’aiuto dell’organizzazione Molham, ora siamo riusciti a far andare a scuola circa 400 bambini e a dare loro istruzione per un futuro migliore.
  • “Cosa significa educare alla pace, oggi? Perché è necessario e urgente educare alla pace?”

    Viviamo in un mondo in cui la pace è in pericolo. Centinaia di milioni di persone nascono e muoiono senza conoscerla.

    E anche chi l’ha conosciuta oggi rischia di perderla. La pace non ci è data in natura e non ci viene regalata.

    La pace deve essere costruita. Non è una conquista, ma è il frutto possibile di un impegno costante di tutti e di ciascuno.
    Per questo è necessario educare alla pace: perchè ogni bambino, bambina, ragazzo e ragazza possano essere costruttori di pace ed artigiani della pace. Educare alla pace è una responsabilità di tutti.
    La scuola ha una responsabilità speciale. Educare alla pace a scuola è un dovere e una scelta.

    Molti sottovalutano l’importanza dell’esperienza scolastica nella propria vita, ma andare a scuola è un’occasione per imparare a vivere bene con gli altri e a risolvere i problemi di tutti i giorni. Dal lavoro di gruppo al dialogare con persone diverse da noi e cercare soluzioni che vadano bene per tutti.

    Ogni scuola ha il suo modo di affrontare e gestire il tema della pace. Ogni insegnante ha un suo modo di interpretarlo.

    I ragazzi dell’Istituto Falcone (sezione grafica) per affrontare il tema della pace in Siria e dell’importanza che ha avuto l’inserimento dei più giovani siriani nel mondo scolastico stanno allestendo in questi giorni una mostra fotografica utilizzando le foto dei vari reportage della nostra associazione We Are Onlus. Segui l’hashtag: #maybeyou

    Ringraziamo inoltre i ragazzi della scuola media di Cirtefranca, che grazie al contributo della professoressa Toloni, stanno lavorando con l’associazione We Are Onlus per portare la pace in Siria.