Gabriele Del Grande ha chiesto la mobilitazione dell’opinione pubblica. Giornalista e scrittore, da troppi giorni è in carcere in Turchia, senza un capo d’accusa, se non quello di voler testimoniare la situazione nei campi profughi siriani. Io, lo scorso anno, ero negli stessi campi profughi turchi, nella stessa provincia di Hatay, la più a Sud della Turchia, per dei reportage. Venni fermato, portato in una caserma militare, interrogato per sei ore da sei persone diverse, compreso il capo della polizia regionale. Un graduato voleva togliermi il telefonino e ci fu un forte alterco, non volevano che telefonassi. Tuttavia riuscì a mettermi in contatto con l’ambasciata italiana di Ankara, la quale intervenne subito. E dopo interminabili trattative, fui rilasciato. Accuse? Nessuna! Rientrai nel mio hotel a Rehanly, al confine con la Siria e il giorno dopo arrivarono tre poliziotti e mi perquisirono davanti a tutti gli ospiti come fossi un terrorista. Nuovo intervento dell’ambasciata italiana, che mi invitava a lasciare il Paese, perché ormai controllato a vista. Ero stato fortunato: non c’erano ancora state le purghe di Erdogan, benché i giornalisti stranieri non fossero i benvenuti, tuttavia non era ancora il tempo delle carceri, com’è successo a Gabrielle, ma solo dei lunghi fermi di polizia. Ma la situazione nei campi profughi è migliorata nell’ultimo anno? Ho chiesto a varie ong che lavorano in quei luoghi. La risposta è sempre la stessa: “Sono solo diventati più grandi”. E la situazione è sempre più drammatica. Ci dimentichiamo spesso dell’esodo del popolo siriano, che sta subendo un olocausto. E se qualcuno vuole portare la loro testimonianza all’opinione pubblica internazionale, subisce la repressione di un regime sempre più militarizzato e assolutista. Forse è ora di non volgere lo sguardo altrove e di chiedere dove finiscono i soldi europei alla Turchia per migliorare le condizioni dei profughi siriani.

(scritto da Paolo Tessadri)