Un anno fa un razzo uccise tre fratellini.
Nella città turca a soli quattro chilometri dal confine le bambine siriane continuano a sognare

Mentre le più piccole sono alle prese con gonne di tulle e nastri, Batul, 11 anni e un velo scuro sulla testa, resta in disparte, attenta a ogni indumento che viene tirato fuori dalle valigie. Qualcuno le allunga le taglie più grandi, ma lei fa cenno di no, «non posso» e indica il suo velo nero.

Dai tetti di Kilis si vede la Siria, che si trova a quattro chilometri da qui. Negli appartamenti dove l’associazione «Fatih Sultan Mehmet» ospita vedove siriane con i loro figli oggi è un giorno particolare: i volontari dell’Ong italiana «We are» (weareonlus.org) hanno portato valigie piene di regali. Hanno invitato ciascun bambino a esprimere un desiderio e fra le bambine c’è chi ha chiesto abiti da principessa o sposa. Così, nel salone di uno degli appartamenti condivisi, c’è un via vai di principesse in miniatura che corrono e si infilano coroncine di plastica in testa. Anche Batul, alla fine, si lascia coinvolgere e indossa un tutù rosa sopra i jeans e il maglione.

In questa cittadina dove la popolazione siriana supera ormai quella turca (124 mila a 90 mila), nel 2016 piovevano dal cielo razzi Katiusha, sparati da oltreconfine. Per questo oggi qui mancano due principesse, Yasmin e Tesnim.

Un anno fa, il 19 aprile, una delle palazzine dell’associazione è stata centrata in pieno. L’ultimo piano si è sbriciolato sopra quattro bambini, tre dei quali fratelli. «Quel giorno stavo tornando dalla scuola coranica quando ho sentito un razzo passarmi sopra la testa. Poi, per la strada, ho visto sparsa roba di casa mia, a pezzi» racconta la signora Fatima che incontriamo con Ahmed, unico sopravvissuto dei suoi bambini. «Solo tre minuti sarebbero serviti per arrivare al mio edificio, dall’inizio della strada. Eppure mi è sembrato di camminare un anno intero. Perché ho impiegato tanto per raggiungere i miei figli?».

Fra le ambulanze, Fatima ha visto il più grande, Mohammed, senza una gamba, dare l’ultimo respiro. La femmina, Tesnim, e l’altro maschio, Mutassem, erano morti. Anche la loro amica Yasmin ha perso la vita. Ahmed ha tentato invano di soccorrerli.

In quel periodo, il territorio oltreconfine era sotto il controllo dello Stato Islamico ma «non sappiamo se a sparare fossero l’Isis, i curdi o il regime» spiega Abdul Ghani Alshawakh, direttore della «Fatih Sultan Mehmet». Ad agosto, proprio da Kilis, l’esercito turco ha fatto ingresso in Siria e ora nessun razzo cade più da questa parte. Per i siriani, però, la Turchia resta troppo costosa, il lavoro manca e andarsene è sempre più complicato.

Alla signora Fatima, mentre osserva Ahmed giocare, chiediamo cosa farà ora: «Siamo siriani, come possiamo pensare al futuro? Non abbiamo idea di cosa accadrà domani». Poi, abbassando la voce per non farsi sentire dal figlio, fa cenno verso di lui: «Si sente solo, ma non parla con i dottori, è convinto di stare bene. Io però so che non è così. Una madre lo sa».

articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, scritto da Francesca Ghirardelli